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Il governo Meloni un centrino di gravità duraturo se non permanente

Battista Falconi in un editoriale su StartMag invita a tenerci stretto il governo Meloni.

Scrive: È un paradosso curioso, per chi ha l’età di ricordare. C’è stato un tempo in cui il mondo appariva immobile e l’Italia traballante. In cui due imperi si dividevano solidamente il pianeta. Noi facevamo parte di quello occidentale ma con una fottuta paura di scivolare in quello sovietico, che si estendeva a brevissima distanza dai nostri confini su una superficie immensa, 22 milioni di km quadrati, cinque in più di quelli con cui l’attuale Russia è comunque la più grande nazione esistente.

Bastava attraversare l’Adriatico e c’erano la misteriosa Albania e la minacciosa Jugoslavia, ancorché non appartenenti al Patto di Varsavia, ad ammonirci sulla vicinanza comunista, incarnata in casa nostra da oltre 12 milioni di elettori del PCI. Una ragione più che sufficiente per subire l’incertezza interna come un male decisamente minore. Ci facevamo andare bene i governi a trazione e maggioranza democristiana, anche se ogni anno e qualcosa dovevamo cambiare premier.

Poi è cambiato tutto, con una rapidità e una repentinità tutto sommato inattese, anche se l’intero processo dura quasi trent’anni. Caduta del Muro di Berlino e crollo dell’URSS, i governi Spadolini, Craxi, Prodi e D’Alema premier, ma nel frattempo i comunisti italiani erano diventati diessini, i quattro del Cavaliere, il Berlusconi II che ancora detiene il record di durata. Fino al 4 settembre, quando Giorgia Meloni lo batterà, cambiando con l’oro la medaglia d’argento appena conquistata e commentata con un pizzico di giustificata retorica auto-congratulatoria: “Non un traguardo da festeggiare, ma una responsabilità ancora più forte”. In quello che ci ostiniamo a chiamare Occidente, l’Italia appare oggi un lumicino di stabilità, se non un faro.

Il motore impazzito del mondo odierno sembra infatti l’inesauribile e imprevedibile teoria di annunci di Donald Trump, ultimissimi quelli sui dazi sulle auto europee, sul ritiro delle truppe dall’Europa e la minaccia di passare a Cuba, dopo Venezuela e Iran. Guarda caso due fornitori energetici essenziali della Cina che, dopo il lungo periodo nel quale l’abbiamo considerata il fulcro del nuovo imperialismo contemporaneo, magari imperfetto ma stabile, appare stranamente silente, periferica. Forse siamo attratti da un frastuono roboante e distratti verso più significativi movimenti sottotraccia, che si agitano in qualche area in ombra del pianeta dai toponimi esotici.

L’incertezza fa male quanto il conflitto di cui è conseguenza, causa e scenario al tempo stesso. Teniamoci il governo Meloni come un’ancora per non affondare, per galleggiare nella tempesta imperfetta in cui ci troviamo. Un centrino di gravità duraturo, se non permanente.

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