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Il giallo di Teheran, Mojtaba tra intelligence e e depistaggi

Ariel Piccini Warschauer.

Il mistero si allunga tra i corridoi di mattoni rossi di Teheran e le stanze asettiche dei reparti di massima sicurezza. Mojtaba Khamenei è davvero il nuovo “Rahbar”, la Guida Suprema dell’Iran, o è soltanto un nome agitato dal regime per evitare il collasso? L’intelligence israeliana, da sempre sintonizzata sulle frequenze più profonde e segrete della Repubblica Islamica, sembra aver maturato una convinzione assoluta: il figlio del defunto Ali Khamenei potrebbe essere già morto.

La pista del depistaggio

Secondo le valutazioni che filtrano dagli apparati di sicurezza dello Stato ebraico, le cronache dettagliate apparse sui media internazionali, in primis il New York Times, non sarebbero altro che “Active Measures”, misure attive di disinformazione. Quei bollettini medici che parlavano di gambe devastate dalle schegge, di ustioni al volto e di una lunga, faticosa convalescenza, sarebbero stati scritti a tavolino dai tecnici della comunicazione dei Pasdaran. L’obiettivo? Creare l’illusione di una transizione in corso, giustificando il silenzio del nuovo leader con l’impedimento fisico.

Il vuoto d’immagine

Nel Medio Oriente della propaganda e della tecnologia, il silenzio video è una prova pesante. Dalla sua nomina ufficiale, Mojtaba non è mai apparso. Non un video granuloso, un messaggio audio, nemmeno una foto scattata in un letto d’ospedale per rassicurare i fedelissimi. Si comunica solo tramite “dispacci scritti”, un metodo che permette ai vertici delle forze di sicurezza di governare nel nome di un’ombra.

Perché fingere?

Per il regime di Teheran, ammettere la perdita simultanea della vecchia Guida e del suo successore designato in un unico evento catastrofico significherebbe spalancare le porte al caos interno. Fingere che Mojtaba sia vivo, seppur gravemente ferito, serve a compattare i ranghi e Impedire che le fazioni interne si sbranino per la successione immediata. Mostrare al nemico esterno che la catena di comando è ancora intatta. Organizzare con calma la vera ascesa di un nuovo uomo forte, magari all’interno delle stesse gerarchie militari.

Se l’analisi dell’intelligence israeliana dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti al più grande sforzo di “mascheramento” della storia recente. Un trono occupato da un fantasma, mentre dietro le quinte i generali decidono il futuro di ciò che resta della rivoluzione. Ma a Teheran, come insegna la storia, le ombre hanno il vizio di durare molto a lungo prima che la luce della realtà le dissolva.

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