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Cultura

Il 4 novembre, celebrazione di una vittoria o di una tregua nella storia della ferinità umana?

Roberto Pizzi.

La Prima Guerra mondiale, iniziata il 28 luglio del 1914, cessava l’11 novembre 1918 con l’armistizio tra le potenze alleate e la Germania firmato in un vagone ferroviario nella foresta di Compiègne, in Francia. Per noi italiani il conflitto era terminato di fatto il 4 novembre, alle ore  15, quando entrava in vigore l’armistizio con l’impero austro-ungarico, firmato il giorno prima. Alla fine, gli austriaci stremati, ridotti letteralmente alla fame, avevano capitolato su tutto, permettendo agli italiani di celebrare la vittoria con il “Bollettino di guerra n. 1268”, famoso proclama del generale Diaz, del cui contenuto riportiamo le parti iniziali e finali: 

“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.”

In merito a questa ricorrenza storica merita, a nostro giudizio, rileggere un agevole volume  di qualche anno fa, scritto da Giacomo Properzj, dal titolo  Breve storia della Grande Guerra (Mursia), che ha il pregio di sacrificare il gusto del dettaglio all’esigenza della sintesi, resa indispensabile dalla enorme ampiezza del tema trattato. Fra le vicende che l’autore rievoca vi èquella dei volontari italiani guidati da Peppino Garibaldi (un nipote dell’eroe dei due mondi), che approdarono a Marsiglia nella autunno del 1914 per combattere i tedeschi, quando l’Italia era ancoraneutrale. Animati  dal proposito romantico di rilanciare gli ideali democratici del Risorgimento, combattendo a fianco della “sorella latina” contro la minaccia del militarismo germanico, molti di loro caddero nella spaventosa carneficina che si era avviata nelle trincee della Francia nordorientale, dopo che l’avanzata iniziale della Wehrmacht era stata bloccata sulla Marna. Questi garibaldini, ricorda l’autore, “che portavano sotto la divisa la camicia rossa, ebbero ben presto anche le giacche rosse, ma per il sangue che avevano perduto” nelle trincee francesi, fra i mesi di novembre e dicembre del 1914. 

Lo spazio maggiore del libro è riservato, comunque, al fronte italiano, anche se 1’autore non trascura certo le grandi battaglie come quelle della Somme e di Verdun o le vicende che portarono alla sconfitta della Russia, sfociate nella rivoluzione bolscevica e nella pace separata di Brest-Litovsk. 

Ma altre pagine possono ancora interessare il lettore, come quelle  dedicate al generale tedesco Paul Emil von Lettow-Vorbeck, personaggio quasi sconosciuto in Italia, che fu protagonista di un’autentica epopea  nel Tanganika (l’attuale Tanzania), allora colonia africana della Germania. Completamente isolato dalla madrepatria durante la Prima guerra mondiale, tenne testa per anni alle strapotenti forze britanniche e si arrese solo nel novembre 1918, quando il suo imperatore aveva già abdicato e il conflitto in Europa era terminato.

Altrettanto di rilievo ci sembrano le pagine dedicate alle trattative di pace intavolate dal nuovo imperatore Carlo d’Austria e dalla sua consorte Zita di Borbone, di origine italiana, nata a Villadelle Pianore, a Capezzano di Camaiore, in provincia di Lucca  (due suoi fratelli furono ufficiali dell’esercito italiano). La coppia imperiale austriaca, per altro,  godeva dell’appoggio dal papa Benedetto XV (simpatizzante per gli Imperi Centrali), che fece irritare il governo italiano, i cui rapporti con il Vaticano erano cattivi soprattutto dopo la scoperta che il bavarese Monsignor Rudolph Gerlach, uno dei segretari del pontefice, era anche una spia degli austriaci.

La Chiesa stessa, per altro non era unanime sulle posizioni del papa perché, attraverso la rete dei cappellani militari, stava nascendo un clero patriottico vicino ai soldati italiani, il cui principale promotore era padre Semeria, forte oratore e cappellano dello Stato Maggiore, il cui nome, all’inizio del secolo, si ricollegò al fenomeno del Modernismo che molto turbò la Chiesa cattolica.

Infine, da registrare la totale mancanza di indulgenza dell’autore del libro verso le gravi responsabilità dei nostri governanti e dei generali nel disastro di Caporetto. Tuttavia, egli ricorda anche gli episodi di valore dei militari italiani in quelle concitate fasi e particolarmente le cariche della cavalleria a Pozzuolo del Friuli, il 30 ottobre 1917,  che rallentarono l’avanzata delle soverchianti  truppe austro-ungariche. Poi venne la resistenza disperata sul Piave, e con la Russia ormai fuori combattimento, l’intervento determinante degli Stati Uniti, dei quali i tedeschi avevano colpevolmente sottovalutato la capacità di mobilitazione e la straordinaria potenza industriale. 

Purtroppo la pace, raggiunta nel 1918, sancita dal trattato Versailles, non avrebbe fatto altro che porre le premesse per nuove tragedie. Molti storici hanno definito questo conflitto il “primo capitolo della Guerra dei 30 Anni del XX secolo”, chiuso nel 1945, con la sconfitta nazifascista. Da allora per l’Europa occidentale sembrava iniziato un periodo di pace definitivo, che purtroppo dopo 80 anni è di nuovo “traballante”, suscitando le preoccupazioni su una mai sconfitta ferinità umana.

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