I ribelli Houthi aprono il quarto fronte e sotto tiro è il commercio mondiale
Ariel Piccini Warschauer.
Il conflitto che sta infiammando il Medio Oriente si arricchisce di un nuovo, pericolosissimo fronte. Con il lancio di missili balistici verso il sud d’Israele lo scorso 28 marzo, il movimento yemenita degli Houthi (Ansar Allah) ha ufficialmente aperto il quarto fronte della guerra per procura guidata dall’Iran. Non si tratta solo di una minaccia militare per lo Stato ebraico, ma di un guanto di sfida lanciato all’intero ordine economico globale.
Fino ad oggi, la partecipazione degli Houthi alla strategia di Teheran era rimasta su una soglia di disturbo costante ma contenuta. Tuttavia, l’attacco di sabato scorso segna un cambio di passo. Secondo il portavoce Yahya Saree, le operazioni sono coordinate con i “fratelli mujahideen” in Iran e con Hezbollah in Libano. Il messaggio è chiaro: l’intero “Asse della Resistenza” è ora mobilitato.
Se i missili diretti verso Israele sono stati intercettati, la vera arma nelle mani di Sana’a è geografica. Gli Houthi controllano il 30% del territorio yemenita, inclusa la strategica costa che si affaccia sul Mar Rosso e il porto di Hodeidah. Questa posizione permette loro di tenere sotto scacco Bab el-Mandeb, lo stretto dove transita il 10-12% del commercio marittimo mondiale.
Il rischio non è teorico. Durante la guerra di Gaza, gli attacchi alle navi commerciali avevano causato un crollo del traffico del 90%, costringendo le compagnie a circumnavigare l’Africa. Oggi, la situazione è ancora più critica: con lo Stretto di Hormuz già parzialmente bloccato dall’Iran, il Mar Rosso è diventato l’unica valvola di sfogo per le esportazioni di petrolio saudita, che utilizza l’oleodotto est-ovest verso il porto di Yanbu per muovere circa 7 milioni di barili al giorno.
Un blocco degli Houthi nel Mar Rosso significherebbe il soffocamento energetico per i mercati occidentali. Non è un caso che, all’indomani dell’attacco missilistico, il prezzo del greggio sia balzato del 3%.
Molti analisti dibattono sull’autonomia degli Houthi. Sebbene siano un movimento radicato nelle tradizioni locali e non una “creazione” pura come gli Hezbollah libanesi, la loro capacità militare è interamente dipendente dall’Iran. Documenti ottenuti dai servizi segreti israeliani confermano la presenza di ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC)in Yemen, impegnati a supervisionare droni e missili in sale operative comuni.
Più che “proxy” (delegati), gli Houthi sono “clienti” di alto livello. Teheran sembra tenerli in riserva: un attacco totale alle petroliere nel Mar Rosso è l’asso nella manica da giocare nel caso in cui gli Stati Uniti o Israele decidessero di scalare ulteriormente il conflitto, magari con un’azione di terra per riaprire Hormuz.
Con l’ingresso formale dello Yemen nel conflitto, i fronti attivi diventano quattro con lo scontro diretto tra Israele e Iran;
Il confine nord con Hezbollah;
Le milizie sciite in Iraq contro le basi USA;
E la minaccia Houthi nel Mar Rosso.
La posta in gioco è altissima. Se la “Red Sea Arena” dovesse incendiarsi completamente, le conseguenze sulle catene di approvvigionamento globali e sull’economia europea sarebbero devastanti. L’Iran ha alzato la posta; resta da vedere se l’Occidente sarà in grado di proteggere le sue arterie vitali prima che vengano recise.





