Giacomo Puccini, il senso delle sue opere
Roberto Pizzi.
Proseguiamo sul tema indicato nell’articolo del 7 aprile, dal titolo “Giacomo Puccini – L’influenza delle amicizie”, concentrandoci stavolta sui significati nascosti in alcune opere del maestro lucchese, rilevati da alcuni operatori culturali. Secondo il giornalista, scrittore , regista Adolfo Lippi, in un articolo sul quotidiano “Il Tirreno” di qualche anno fa – che illustrava la realtà viareggina a cavallo tra Ottocento e Novecento – la figura di Puccini andava inserita a pieno titolonella scia dei musicisti liberi muratori del passato, in virtù delle sue opere liriche di chiara matrice massonica.
Altre considerazioni provenienti da pubbliche fonti collegate al G.O.I. ci sono sembrate degne di essere offerte all’ opinione del lettore, a cominciare dalle onoranze alla salma del compositore, che videro, da parte del figlio Antonio, la deposizione nelle mani del padre defunto di un ramoscello di mimose, che saranno gli unici fiori che Giacomo porterà con sé sotto terra. E come noto questi fiori sono di valenza altamente simbolica nella ritualità massonica. Sempre da queste fonti, colpiscono i riferimenti scorti nell’opera lirica “Edgar”, nella quale compare una bara vuota, la quale richiama alla cerimonia di passaggio al grado di Maestro nella Massoneria Azzurra; nella “Butterfly” invece, vi sono parole o frasi ripetute più volte e nel I atto vi sono tre triplici battute di mani (come le “batterie” di giubilo del rituale delle logge); ancora, nella “Fanciulla del West”, durante la fase dell’impiccagione, si descrive il laccio al collo e la camicia aperta fino alla spalla del protagonista, come nel rito dell’iniziazione (Hiram n. 3, 2023). Ma prima ancora di queste due ultime rappresentazioni vi era stata un’altra opera lirica che fu molto cara alla Massoneria non tanto per il simbolismo, ma per la sua valenza storica: la “Tosca”. Puccini si era innamorato del soggetto quando assistette per la prima volta, al Teatro dei Filarmonici di Milano (era il 27 aprile 1889), alla recita di questo dramma in 5 atti di Victorien Sardou. Scrisse allora a Giulio Ricordi perché comprasse a tutti i costi il diritto di rappresentarlo in musica. La trattativa non fu facile e solo dieci anni dopo Puccini poteva disporre del libretto per l’opera che fu presentata al Teatro Costanzi di Roma il 14 febbraio 1900.
La “Tosca” sarà un ulteriore elemento di conferma per i sostenitori della adesione di Puccini alla Massoneria: Napoleone è sceso in Italia con le armate rivoluzionarie francesi e sbaraglia i nemici nella Battaglia di Marengo, il 14 giugno 1800, prendendo il dominio dell’Italia settentrionale. La sconfitta degli Austriaci segna anche la condanna senz’appello della Roma papalina, perfettamente sintetizzata nell’opera dallo spregevole barone Scarpia, capo della polizia pontificia, torturatore di Mario Cavaradossi. Ancora forte, del resto, sarà l’ostilità della Chiesa al nuovo stato unitario, negli anni successivi: dal 1870 il papa si era proclamato infallibile e si considerava prigioniero dei Savoia; nel 1889 (quando Puccini s’innamora della trama di Sardou) era stata eretta in Campo dei Fiori, a Roma, la statua di Giordano Bruno, scolpita da Ettore Ferrari (futuro Gran Maestro della Massoneria Italiana) che veniva rivolta, in atto di sfida, verso Castel S. Angelo, in direzione dell’ “iniquo carnefice”, come fu scritto.
A Lucca la reazione clericale alla “Tosca” si identifica nella figura del marchese Lorenzo Bottini (1849- 1930), discendente di antica famiglia patrizia cittadina di solide tradizioni cattoliche, il quale fin da giovane militò nell’associazionismo religioso lucchese. Partecipò attivamente alla riorganizzazione nazionale delle forze cattoliche voluta da Pio IX fra il ’70 e il ’75. Fu anche vicepresidente dell’Unione cattolica per gli studi sociali in Italia e nel 1898, alla riunione di Bologna dell’Opera dei Congressi, si schierò con la parte intransigente contraria ad ogni innovazione. Nel 1886 aveva fondato il giornale “L’Esare” che poi diresse per trent’anni e che ebbe un forte peso nelle vicende politiche e amministrative locali. Bottini fu l’ascoltato teorico dell’antimodernità, pronto a manifestarsi in ogni occasione per rivendicare una sorta di primato lucchese nell’opera di “riconquista” dell’Italia da parte della Chiesa, con la sua azione politica di consigliere comunale, ma maggiormente per gli articoli pubblicati dal suo giornale, sempre schierato contro socialisti, repubblicani, liberali che erano, per lui, il prodotto funesto dei principi dell’Ottantanove. Altrettanta decisione manifestò sempre contro ogni principio laico, lanciando i suoi strali contro la Massoneria, accusata di aver spogliato il pontefice, steso la mano al patrimonio ecclesiastico, sancito leggi odiose contro il clero, bandito il prete dall’amministrazione delle cose pubbliche e dalle scuole, proposto leggi per il divorzio e dato la libertà di stampa.
Dopo che al teatro del Giglio di Lucca andò in scena la “Tosca” (primo settembre del 1900), davanti ad un pubblico qualificato e numerosissimo, il marchese Bottini intinse la penna nel veleno escrisse nel suo giornale che: “La Tosca è una storia di tradimenti, (..) é un ’opera immorale, sentiamo offesa la religione, la santità del tempio di Dio e la purezza di Colei che tanto nobilitò l’umana natura(..). La tua colpa, caro Puccini è imperdonabile e sei maggiormente colpevole perché hai rivestito questa storia turpe di note potenti e meravigliose, perciò doppiamente colpevole. In avvenire, cerca di scegliere argomenti più nobili e belli e rispetta la moralità. ”
Ma ancora di più richiamerà agli usi massonici il contenuto dell’ultima opera del Maestro, la incompiuta “Turandot”, fatta completare dopo la sua morte al notorio “Libero muratore” Franco Alfano. Già nel “finale incompiuto” l’attento esegeta intravede uno dei temi principali della filosofia dei liberi muratori: l’incompiutezza del tempio, che viene sempre rappresentato nella loro iconografia con l’immagine di una parte dell’edificio non completata, a significare che il lavoro dei “fratelli” sarà sempre da finire e da migliorare.





