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Elezioni politiche, la scadenza naturale va dalla primavera all’autunno del 2027

Diego Minuti su Euroborsa scrive delle prospettive politiche. E allora si parte: le elezioni politiche sono ormai alle porte, con la loro tenuta che dovrebbe essere inserita in un arco temporale che, rispettando la scadenza naturale della legislatura (2027), va dalla prossima primavera all’autunno.
A dirlo è stato anche Giovanni Donzelli (nella foto), che, da responsabile della macchina organizzativa di Fratelli d’Italia, è fonte attendibile.

Ma ora arriva il bello perché, in politica più che nella vita di tutti i giorni, un anno è tanto o poco, basta capire come lo si impegna.
Il panorama politico italiano sta vivendo un momento che è riduttivo definire particolare o interessante, perché reca in sé tante e tali variabili da lasciare pensare che tutti i partiti arriveranno, al rush final, con il classico fiatone.

Quello che è la naturale conseguenza delle ambasce e degli sforzi per presentarsi al meglio al cruciale appuntamento con le urne e, quindi, con il potere, perché è di questo che si parla.
Nessuno degli schieramenti vive un momento esaltante perché, basta vedere i commenti seguiti al non certo determinante test elettorale dei recenti ballottaggi per i sindaci, tutti si sono affannati a celebrarsi e a mostrare i muscoli, mentre i problemi restano evidenti, seppure, in questa fase, marcino sotto traccia.

Di problemi ne hanno tutti, quindi, anche chi dice di stare in forma smagliante, cercando di non pensare troppo agli intoppi che si stanno manifestando nella marcia di avvicinamento alle elezioni. 
Nel centrodestra il problema ha un nome e un cognome, Roberto Vannacci, che, con il suo Futuro Nazionale sta grattando la base elettorale non solo della Lega, viste le adesioni che sta raccogliendo anche tra altri parti di area, comunque sempre tra elementi di seconda fila o che vivono di recriminazioni per essere stati messi da parte. Ma tutti, alla fine, restano portatori di voti e quindi possono contribuire alla causa comune, che tanto comune non è essendo quella del suo fondatore.

Il momento che Futuro Nazionale sta vivendo, e che per certi versi sta smentendo previsioni e ipotesi, è per certi versi anche esaltante, ma con la solita variabile dell’ondata emozionale, di quella che spesso, quando le cose non vanno bene, spingono l’elettore medio – quello non ideologicizzato – verso chi si fa portatore di un messaggio forte.

Non siamo ancora all’ambizione di avere un uomo solo al comando (tutto può avere Vannacci meno che il topos del capo catalizzatore del consenso totale), ma semplicemente la conseguenza di chi, vedendo come va il Paese, si aggrappa a chi promette di rimettere a posto le cose, in un clima di ”law and order” da applicare soprattutto al diverso, per pelle o per religione, accantonando battaglie di civiltà (come quelle per il diritto di tutti alle proprie scelte di indirizzo sessuale).

Eppure i sondaggi danno FN in crescita, rischiando, da qui a poco tempo, di arrivare ad un passo dalla Lega, in evidente ipossia politica, ma che ancora crede in Matteo Salvini.
Quello stesso che aveva imbarcato il generale e che ancora non ha pagato, dentro il partito, questo atto di miopia, in termini di strategia. Dagli errori, comunque, si può sempre imparare e quello che Salvini sta pagando è di avere dato a Vannacci un palco, e quindi anche una platea, dal quale spiattellare le sue idee, scavalcandolo a destra su argomenti che, sino a ieri, erano il mainstream leghista.

Un Vannacci in crescita viene ancora guardato con distacco dai partiti del centrodestra, che però con lui dovranno pure fare i conti quando i suoi voti potrebbero essere determinati per il futuro della coalizione, dentro la quale però le idee reazionarie del generale non possono attecchire o anche solo essere tollerate.

A cominciare da Forza Italia che vive nell’anomalia di essere un partito eterodiretto, di avere una autonomia limitata al perimetro che gli è stato disegnato attorno da Marina Berlusconi che spinge sulle riforme che erano patrimonio genetico del padre, a cominciare dalla ”guerra” alla magistratura alla quale addebita quanto, giudiziariamente, accaduto all’ex presidente del consiglio.

Ma non è che dall’altro lato dello schieramento politico le cose vadano meglio, vivendo una contingenza in cui, tra sorrisi e pacche sulle spalle, Pd e Cinque Stelle continuano a guardarsi con sospetto, con una forte componente del Partito democratico che non ci sta ad un accordo ”sempre e comunque”, temendo l’abbraccio mortale di Giuseppe Conte, che non riesce a scrollarsi di dosso l’impressione di avere una sola cosa in mente, tornare a Palazzo Chigi dalla porta principale. Ma di questo ci sarà occasione di riparlare.

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