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Da Musk a Cook, i top manager in Cina con Trump ma nel risiko dei chip manca Huang

Ariel Piccini Warschauer.

Non è più la “crociata dei ventinove”. Quando Donald Trump atterra a Pechino per il suo secondo grande vertice dell’era del “disimpegno”, l’atmosfera non ricorda affatto i fasti dorati del 2017. Allora, il seguito di capitani d’industria era una falange romana pronta a firmare contratti per 250 miliardi di dollari. Oggi, la delegazione americana che scende dalla scaletta dell’Air Force One è una pattuglia scelta, minimal, quasi contratta: poco più di una dozzina di nomi. Una dieta ferrea che riflette il nuovo ordine mondiale: non più la ricerca di un mercato sconfinato, ma la gestione di una convivenza armata.

I fedelissimi e i pragmatici

In prima fila, immancabile, c’è Elon Musk. Per il patron di Tesla e SpaceX, la Cina non è solo un mercato, è il baricentro produttivo. In un momento in cui i dazi statunitensi sulle auto elettriche cinesi hanno raggiunto picchi record, Musk gioca il ruolo del pontiere privato, l’unico in grado di parlare la lingua del business globale sopra il rumore di fondo dei dazi al 145%.

Accanto a lui, Tim Cook. Il CEO di Apple continua la sua equilibratissima danza diplomatica: proteggere le linee di assemblaggio di Cupertino senza irritare i falchi di Washington. E ancora, Larry Fink di BlackRock, a rappresentare una finanza che, nonostante il de-risking, non può permettersi di voltare le spalle alla seconda economia del mondo.

L’assenza che scotta: il caso Huang

Ma è guardando a chi non è salito sull’aereo che si comprende la vera natura di questa missione. Il grande assente è Jensen Huang. Il fondatore e volto di NVIDIA, l’uomo che con i suoi chip sta scrivendo il codice dell’intelligenza artificiale, è rimasto negli Stati Uniti.

La sua assenza non è un caso, ma un messaggio politico. Se Musk e Cook rappresentano l’industria che “deve” ancora dialogare con Pechino, Huang è il simbolo del settore che Washington ha deciso di blindare. I semiconduttori avanzati sono la nuova cortina di ferro: portarlo nel cuore della Città Proibita avrebbe significato inviare un segnale di apertura che l’amministrazione Trump, pur nella sua imprevedibilità, non è pronta a concedere. L’intelligenza artificiale non è oggetto di scambio; è il trofeo della vittoria.

Un vertice di “gestione”

L’obiettivo di questa missione 2026 non è il grande accordo strutturale. Le ferite della guerra commerciale, riapertasi con violenza nell’aprile 2025, sono troppo profonde. Trump punta al pragmatismo: stabilizzare i flussi commerciali essenziali e, magari, ottenere qualche concessione simbolica sull’export agricolo da rivendere all’elettorato interno.

Pechino osserva con la consueta pazienza strategica. Xi Jinping accoglie il “vecchio amico” Donald con il cerimoniale delle grandi occasioni, ma sa che la delegazione ridotta è il segno di un’America che ha imparato a fare a meno di gran parte delle promesse cinesi. Non è più la stagione dei sogni globalisti; è l’epoca della gestione della competizione permanente. E il fatto che il trono dell’IA resti vuoto a tavola dice molto più di mille comunicati congiunti.

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