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Conte e Schlein, vincere le primarie e perdere le politiche ed ecco spuntare il terzo nome

Mario Lavia su Linkiesta scrive delle primarie del centrosinistra e del paradosso di chi le vince poi può perdere le elezioni politiche. Due problemi opposti, entrambi pesanti, ronzano nella testa di molti dirigenti del Partito democratico. Il primo: se Elly Schlein vince le primarie, il Movimento 5 stelle, a seguito della sconfitta di Giuseppe Conte, potrebbe andare al dieci per cento o addirittura sotto e allora addio al quarantadue per cento necessario per prendere il premio di maggioranza. Il secondo: se Conte vince, il Partito democratico, in forme imprevedibili, implode o come minimo almeno salta la poltrona dell’attuale segretaria. In entrambi i casi, un dramma.

Non se ne esce. Perché è inutile che il Nazareno continui a prospettare la soluzione per cui chi ha più voti esprime il presidente del Consiglio: l’avvocato da tempo ha detto di no. E allora sta ripartendo la giostra del terzo nome. Che poi sono Silvia Salis, prescelta da un pezzo di Pd, e Gaetano Manfredi, ben visto da Conte e Goffredo Bettini. Roberto Gualtieri – che politicamente sarebbe il più attrezzato – al momento non ci pensa, essendo tutto concentrato sulla riconferma a Roma.

A questo punto il problema è soprattutto uno, e si chiama Schlein. A parte il vincolo dello statuto del Pd che impone il nome del segretario come candidato presidente del Consiglio, lei si fa forte del fatto di aver rimesso in piedi il partito riportandolo oltre il venti per cento. Ha costruito tutta la sua narrazione sullo schema donna contro donna: Elly Schlein contro Giorgia Meloni. Una presidente del Consiglio che la numero uno del Pd vede in grossa difficoltà, tra Roberto Vannacci, Matteo Salvini, la benzina, l’incertezza internazionale. E dopo tutto questo lavoro si dovrebbe fare da parte in favore di un/a sindaco/a con nessuna esperienza nazionale?

Per di più, non ci sono diserzioni ufficiali nella sua maggioranza. Anche se molti dirigenti non nutrono grande fiducia nel fatto che dopo le primarie Schlein possa anche vincere le elezioni politiche, e lo dicono pregando di non essere citati, al momento nessuno ha il coraggio di porre il problema della sua inadeguatezza.

Ci vorrebbe dunque una specie di 25 luglio non a Palazzo Venezia ma a largo del Nazareno. Un sinedrio come la Direzione – l’ha evocata Andrea Orlando – come fu quando il parlamentino sfiduciò Enrico Letta, allora presidente del Consiglio, per aprire la strada a Matteo Renzi. Solo che oggi non c’è un Renzi. O forse come il convegno del correntone che si terrà a Montepulciano a ottobre, dove in teoria si potrebbe dire papale papale: «Cara Elly, rinuncia a candidarti, così lascerà anche Conte. E Poi troviamo insieme una terza persona da mandare in battaglia contro Meloni. Senza primarie, senza sfide all’Ok Corral».

Per i due leader si troverebbero compensazioni adeguate. Ma Schlein resisterà fino all’ultimo, convinta che il partito si ribellerebbe al golpe interno e che gli eventuali congiurati, alla fine, non avranno il coraggio di presentare alcun ordine del giorno Grandi. Per la baracca. E soprattutto per sé stessi.

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