Centrodestra e centrosinistra, se Atene piange Sparta non ride
Biagio Marzo.
Riflessione ex post 2 giugno. Che brutta ricorrenza da archiviare. Eppure si celebravano gli ottant’anni della nascita della Repubblica italiana. Una ricorrenza che avrebbe dovuto unire il Paese attorno alla memoria nazionale, alle istituzioni democratiche e al senso dello Stato. Invece, ancora una volta, le polemiche hanno preso il sopravvento. Brutta giornata soprattutto sul piano politico, per responsabilità di una certa sinistra che da tempo ha imboccato la strada di un antimilitarismo di colore pacifista e confuso con l’anti-Stato. Eppure la parata era tutt’altro che brutta. Per la prima volta, accanto ai cittadini italiani in divisa, hanno sfilato anche cittadini senza uniforme, quasi a rappresentare simbolicamente il legame tra Repubblica, popolo e istituzioni. Una sfilata ordinata, composta, persino emozionante.
E poi il clou, la festa patriottica al Quirinale. A guastarla sono stati i soliti “geni guastatori” che periodicamente ne propongono l’abolizione, in nome di un pacifismo ideologico che spesso degenera in disprezzo per tutto ciò che richiama identità nazionale, appartenenza e memoria condivisa. Sono i chierici della sinistra radical chic, quella dello champagne e caviale, pronta a riempirsi la bocca di antifascismo e Resistenza, ma incapace di riconoscere il valore delle istituzioni repubblicane nate proprio da quella stagione storica, tanto combattuta fino a minacciare: “O la Repubblica o il caos”. Con la monarchia sarebbe stato un continuismo gattopardesco, occorreva la rottura con il passato: la Repubblica. A ben vedere, una parte della sinistra ha subito una vera mutazione genetica: ha smarrito il senso del bene comune, dell’attaccamento alle istituzioni e del rispetto della democrazia parlamentare.
Eppure la storia della Repubblica è stata segnata anche da grandi figure della sinistra istituzionale: Sandro Pertini, Pietro Ingrao, Nilde Iotti. Presidenti della Camera che hanno lasciato un’impronta indelebile di amore per la democrazia, per il Parlamento e per lo Stato. Oggi, al confronto, il vuoto appare evidente. Sul palco delle autorità spiccavano alcune assenze pesanti: quelle di Giuseppe Conte e di Elly Schlein (nella foto).
Per Conte non bastano le giustificazioni di circostanza, dichiarandosi pacifista e nelle stesso tempo antimilitarista . Avrebbe dovuto essere presente non soltanto come leader del M5S, ma come ex presidente del Consiglio per due governi consecutivi. Anche perché, durante i suoi esecutivi, la spesa per la Difesa aumentò significativamente. Assentarsi proprio nel giorno della Repubblica trasmette un messaggio politico preciso. Quanto a Elly Schlein, il problema appare ancora più profondo. La leader del Pd continua a mostrare un evidente deficit di cultura istituzionale. Come può proporsi come futura presidente del Consiglio se manca perfino la grammatica dello Stato? Pensare di ripetere all’infinito il mantra delle primarie — “non ci hanno visto arrivare” — rischia di essere un esercizio sterile. Prima o poi, infatti, bisognerà misurarsi non con le suggestioni identitarie, ma con la credibilità di governo. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Anche nella maggioranza qualcuno ha scelto di disertare la parata del 2 giugno. E non si tratta di una figura marginale, bensì di uno dei vicepresidenti del Consiglio. Matteo Salvini ha motivato l’assenza con impegni ministeriali. Una spiegazione che convince poco, soprattutto considerando il valore simbolico della ricorrenza. Paradossale, poi, che proprio chi aveva candidato alle Europee un generale oggi si ritrovi a fare i conti con la diaspora di una parte del proprio mondo politico e militante. In questo clima di disaffezione generale, il presidente della Repubblica ha fatto ancora una volta il suo dovere, così come avevano fatto i suoi predecessori.
Sergio Mattarella ha cercato di restituire solennità e dignità agli ottant’anni della Repubblica. Ma il rischio è evidente: che lentamente si perda la tensione morale e civile che teneva insieme la comunità nazionale. Ed è forse questo il punto più inquietante. Non si vuole abolire soltanto una parata militare. Si vorrebbe rendere delebile la memoria storica della Repubblica, svuotare di significato i suoi simboli, trasformare tutto in un rito senz’anima. Quando una nazione smette di onorare la propria storia, comincia lentamente a smarrire anche il proprio futuro.





