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Cazzullo, Sal Da Vinci e la stonatura anti napoletana

Biagio Marzo.

Aldo Cazzullo ha stroncato senza appello la canzone “Si per sempre” del cantante partenopeo Sal Da Vinci arrivando a dire di cotte e di crude come se fosse un critico musicale di lungo corso, alla maniera di Gino Castaldo.  Cazzullo, ormai instancabile divulgatore che pubblica libri su tutto — dalla Bibbia – Il Dio Dei Nostri Padri –  alla storia nazionale — ha ritenuto opportuno scendere dall’empireo dei grandi temi alla modesta canzone popolare, trattandola con il rigore di un trattato estetico. Eppure stiamo parlando, semplicemente, di una canzone d’amore in cui si parla di una coppia che convola in nozze . Nulla di più. Nulla che pretenda di essere alta poesia o filosofia. “Sono solo canzonette”, cantava Edoardo Bennato. In un tempo attraversato da guerre e tensioni globali, una melodia semplice e orecchiabile che mette allegria non dovrebbe suscitare scandalo. Semmai il contrario: magari ce ne fossero di più, capaci di far cantare gli italiani. Del resto il Paese è cambiato antropologicamente in profondità , tra Covid e teatri di guerre.  Un tempo si cantava mentre ci si faceva la barba, si fischiettava andando in bicicletta. Gli artigiani accompagnavano il lavoro con un motivo sulle labbra. Persino i garzoni dei negozi di alimentari, che portavano la spesa a domicilio, fischiettavano per strada. Oggi, invece, vediamo i rider sfrecciare silenziosi tra traffico e consegne, con turni massacranti e pochi euro in tasca. È un’altra Italia, più muta e più malinconica. Per questo sorprende la durezza del giudizio di Cazzullo. Scrivere che “Si per sempre” sarebbe “una canzone adatta a un matrimonio della camorra”, e arrivare a definirla “la più brutta del Festival di Sanremo”, non è soltanto una demolizione musicale: è una caricatura che sa di cliché antimeridionale e, in particolare, tocca l’anima musicale di Napoli e ridicolizza il costume del suo popolo. Tanto più singolare se si pensa che Cazzullo viene da una terra — il Piemonte — che ha dato all’Italia alcuni tra i suoi più grandi protagonisti della cultura civile: Beppe Fenoglio, Piero Gobetti, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Davide Laiolo e Giampaolo Pansa. È la stessa terra dove è nata Giulio Einaudi Editore, faro della cultura italiana, e dove si pubblica il quotidiano più storico del Paese, La Stampa. Quella tradizione culturale — rigorosa, liberale, azionista, mai provinciale — non ha mai avuto bisogno di irridere il meridionalismo o i napoletani per affermarsi. Proprio per questo la sortita di Cazzullo appare stonata: più simile a una battuta infelice che a una critica degna di quella tradizione. Vista che c’è stata una escalation di critiche e si è fatta una specie di mea culpa, parlando in termini fantastici nei confronti di cantanti, attori, scrittori e beni culturali. Ma sembra una pezza peggio del buco. 

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