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Esteri

Cara America rileggiti la storia del Granducato di Toscana e abolisci la pena di morte

Alberto Mattioli sul Quotidiano Nazionale riflette sulla pena di morte, che gli Stati Uniti hanno fatto tornare di brutale attualità in questi giorni. Hashtag: #NoDeathPenalty, no alla pena di morte, “inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona. Il bene comune può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale: sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi”. Firmato: @Pontifex, cioè Leone XIV.

Il primo Papa americano protesta contro la pena di morte in generale e, in particolare, sulla sua trasmissione in diretta. Il riferimento è alla condanna di Nidal Malik Hasan, colpevole della strage di Fort Hood, e alla decisione di farne un bel reality show su Internet.

Qui non si tratta di essere religiosi o no. È stato Cristo a insegnare a tutti, credenti e non credenti, che dietro gli schiavi, i reietti, gli ultimi e i peggiori criminali c’è un uomo. E un suo grande Vicario a dire che ogni vita umana è unica e insostituibile, anche quella di chi l’ha tolta al prossimo. Un omicidio legalizzato resta un omicidio.

Oggi i filologi non credono più che “osceno” derivi da “ob-scaenus”, ciò che è talmente terribile o indecente che deve stare fuori dalla scena, non può essere nemmeno mostrato. La Treccani però dice che “osceno” significa “turpe, immondo, ripugnante”: come, appunto, uccidere un uomo e, peggio, farne uno spettacolo.

Ricordo un’intervista con Robert Badinter nel suo appartamento parigino con vista sui giardini del Lussemburgo; sulla scrivania, una traduzione molto usata e usurata di “Dei delitti e delle pene”. Badinter è l’uomo che, il 17 settembre 1981, si alzò dal suo scranno di guardasigilli al Palais Bourbon e pronunciò uno dei più bei discorsi parlamentari della storia.

Cominciava così: “A nome del governo della Repubblica, ho l’onore di chiedere all’Assemblea nazionale l’abolizione della pena di morte in Francia”. Badinter l’aveva combattuta anche da avvocato. Non aveva sempre vinto e in alcune occasioni, su richiesta del condannato, l’aveva accompagnato al supplizio. Raccontava: “Vede, un conto è parlare della pena di morte in astratto. Un altro è vedere la ghigliottina in funzione. È vedere un uomo che taglia a metà un altro uomo, perché di questo si tratta”.

Pacatamente, con parole semplici ma bellissime, raccontava l’orrore cui aveva assistito, mentre in una splendida giornata di sole entravano dalle finestre aperte le risate dei bambini nel parco. Potevo essere fiero, mi dicevo io, di essere italiano: fu il Granducato di Toscana, il 30 novembre 1786, il primo Paese al mondo ad abolire la pena di morte. Dopo due secoli e mezzo, credevamo pacifico che assassinare un uomo perché ne ha assassinato un altro sia inammissibile, e che qualsiasi persona consapevole, sensibile o semplicemente perbene sia inorridita dall’idea di scrollare sul telefonino e trovarci il boia, la morte a portata di clic.

Così, evidentemente, non è. Sarebbe troppo facile dare la colpa a Trump e alla sua cricca. La realtà è che noi, noi Occidente classico e cristiano e illuminista, noi terra di diritti e di garanzie, noi che da ottant’anni le guerre le vediamo ma non le facciamo, noi che gli assassini cerchiamo (in teoria) di riabilitarli, ma certo non di ucciderli, stiamo regredendo paurosamente.

La guerra dietro l’angolo, la paura che produce intolleranza, il dibattito pubblico sempre più violento e ignorante, i festeggiamenti del 7 ottobre in piazza: bentornati negli anni Trenta. Aspettiamo fiduciosi i roghi di libri, le leggi razziali, i gulag, i lager e naturalmente la pena capitale: del resto, secondo un sondaggio del ’24, sarebbe favorevole il 31 per cento degli italiani. Beccaria, Badinter, Leone XIV? Macché. È doloroso, ma bisogna dirlo: non abbiamo imparato nulla.

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