Cambia di frequente la legge elettorale italiana
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera analizza i frequenti cambiamenti della legge elettorale italiana, arrivata con la riforma del governo Meloni al quinto sistema adottato dalla fine della Prima Repubblica. Secondo il politologo, mentre il sistema proporzionale rimase stabile per decenni, il crollo dei partiti tradizionali nei primi anni Novanta ha lasciato il sistema parlamentare privo di quei contrappesi che, pur senza eliminare l’instabilità dei governi, ne compensavano in parte le debolezze. Le successive riforme del 2005, 2015 e 2017, osserva Panebianco, sono state dettate anche dai calcoli dei governi di turno, convinti di poter ottenere vantaggi elettorali attraverso regole più favorevoli, ma spesso smentiti dai risultati. La stessa logica avrebbe guidato l’attuale maggioranza.
Per l’autore, la fragilità dei partiti e l’eterogeneità delle coalizioni si combinano con un sistema istituzionale incapace di proteggere adeguatamente gli esecutivi dai conflitti interni, a differenza di quanto avviene in Paesi come la Germania. La durata del governo Meloni, secondo Panebianco, non dimostra che il problema sia stato risolto: sarebbe il risultato di una combinazione di circostanze difficilmente ripetibile e, comunque, non si è tradotta in un’incisiva opera riformatrice. Per questo, anche nella prossima legislatura, indipendentemente da chi vincerà le elezioni, è difficile prevedere cambiamenti sostanziali nella capacità di governo del Paese. Dopo il fallimento dei ripetuti tentativi di riformare la forma di governo, Panebianco ritiene ormai evidente la difficoltà di intervenire sull’assetto istituzionale italiano. I continui cambiamenti delle regole elettorali sono, nella sua lettura, il sintomo della debolezza della politica, in un quadro di difficoltà che riguarda anche le altre democrazie europee. Nonostante tutto, conclude, la democrazia italiana è finora riuscita a reggere, ma non è scontato che possa continuare a farlo.





