Balzo dei prezzi energetici ma la produzione industriale regge
Sergio De Nardis su InPiù dice che la produzione industriale regge nonostante l’aumento dei prezzi energetici. A marzo, primo mese del balzo dei prezzi energetici innestato dalla guerra in Iran e dalla chiusura di Hormuz, la produzione industriale è aumentata dello 0,7%. La dinamica è stata negativa in Germania (circa -1%) e positiva in Francia (+1) e Spagna (oltre il 2). L’incremento in Italia attenua la contrazione industriale del I trimestre (-0,2%) dovuta ai cali di dicembre-gennaio e consegna un trascinamento favorevole (0,5%) al II trimestre. Ciò è di qualche aiuto perché i colpi alla congiuntura dei maggiori costi energetici si stanno concretizzando e si manifesteranno nei risultati di aprile-giugno. L’inflazione ha reagito più velocemente che nelle altre economie allo shock petrolifero. Nel bimestre marzo-aprile i prezzi al consumo (Ipca) sono balzati del 2,8% sui precedenti due mesi, contro incrementi dell’1,6 in Germania e poco sopra il 2 in Francia e Spagna. Una reattività che erode il potere d’acquisto e si riflette nel peggioramento della fiducia delle famiglie sulle condizioni e prospettive dell’economia e delle imprese, in particolar modo quelle del settore turistico.
Quindi dopo l’aumento del I trimestre (+0,2%, secondo la stima anticipata Istat di fine aprile), il Pil è destinato a frenare nel II. L’intensità dello stop dipende dalla diffusione dei contraccolpi energetici. Gli indicatori qualitativi mostrano un indebolimento dei servizi maggiormente esposti al rallentamento della domanda interna, a fronte di una resilienza manifatturiera che ha, finora, beneficiato della tenuta del commercio mondiale. Un trimestre nullo o leggermente negativo a cui facesse seguito un moderato recupero nella seconda metà dell’anno consentirebbe di realizzare la stima governativa di crescita del Pil 2026 (+0,6%, in termini grezzi). Ciò implicherebbe la fine della guerra entro l’estate con graduale superamento delle tensioni nei prezzi per i danni subiti dalle infrastrutture produttive e distributive. E’ l’esito scontato dai mercati a termine (il greggio è quotato progressivamente in calo nei contratti future tra luglio e dicembre). Tuttavia, razionalità e convenienza – che condurrebbero all’esaurimento del conflitto – non sono purtroppo i principali ingredienti del corrente scenario geopolitico.




