Attualità di Ildegarda di Bingen, mistica medievale
Roberto Pizzi.
Nella cover story dell’inserto settimanale “7” del “Corriere della Sera” del 20 marzo scorso compare un servizio dedicato alla cantautrice spagnola, Rosalia, star internazionale della musica pop. L’originale artista racconta alla rivista la sua tensione emotiva e spirituale che sta alla base della sua creatività musicale. Ma a noi interessa, in particolare, l’articolo che compare a corredo del servizio giornalistico sulla cantante spagnola, scritto dalla storica Lucetta Scaraffia, intellettuale torinese, di madre cattolica e padre massone (come scrive nel suo profilo biografico l’enciclopedia on line Wikipedia), che ebbe una rigorosa educazione religiosa, aderendo poi, negli anni Settanta,al movimento femminista. Lucetta Scaraffia ci offre, dunque, un paio di dotte pagine che hanno come oggetto la vita di una mistica del medioevo, Ildegarda di Bingen, che consente di offrireanche a noi un contributo su questo personaggio di epoca antica, ma così originale e ancora di grande attualità. Su questa figura già ci eravamo espressi in alcune pagine di una nostra pubblicazione del 2024, dal titolo “Un giorno in più a Lucca”, nelle quali informavamo che la Biblioteca statale di Lucca – non tutti lo sanno – conserva il prezioso Codice chiamato LiberDivinorum Operum, redatto proprio da Ildegarda di Bingen, del quale restano tre trascrizioni, e fra queste la copia lucchese (del XIII secolo) che è l’unica contenente dieci tavole miniate che illustrano le visioni avute dalla religiosa tedesca. All’interno delle figure compare Ildegarda, seduta, con il capo levato verso l’alto e con gli strumenti scrittori che le servono per descrivere le sue visioni, per lo più raffiguranti la struttura del cosmo, l’immagine dello spirito del mondo, il sistema dei venti, ed altre figure fantastiche e allegoriche. Ildegarda fu una monaca tedesca, nata nell’AssiaRenana, nell’estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. Era figlia di di nobili e ricchi possidenti terrieri. Morì nel 1179. Fu alchimista, naturalista, drammaturga, poetessa, musicista, filosofa, linguista, cosmologa, consigliera politica e profetessa, gastronoma, sensitiva. Ebbe profonde conoscenze del pensiero di Averroè. Ildegarda era detta anche la Sibilla del Reno. Le sibille erano vergini dotate di virtù profetiche ispirate da un dio (solitamente Apollo), in grado di fornire responsi e fare predizioni, per lo più in forma oscura o ambivalente. Visse in un piccolo monastero tra le vigne, sulle rive del grande fiume tedesco; le sue prediche risuonarono a Trevìri, a Colonia, a Magonza; le sue rappresentazioni e composizioni sacre, in molte chiese. Contadini e potenti si recarono a visitarla; imperatori e papi le si rivolsero a consulto; Bernardo di Chiaravalle la ammirò. Misteri, segreti, implacabili visioni la tormentavano dall’età di cinque anni. Ildegarda taceva ciò che vedeva e sapeva. Trascorse la giovinezza in preda a grandi patimenti corporei e si narra che, a quarantadue anni e sette mesi, una luce abbacinante, proveniente dal cielo, calò sulla sua mente e sul suo petto, come una fiamma che non ustiona ma brucia nel suo calore immenso. Vide, allora, un’enorme sfera, rotonda e piena d’ombra, meno larga sulla cima, più ampia nel mezzo, stretta alla base, con dalla parte esterna un cerchio sfolgorante di luce e al di sotto una guaina tenebrosa. E in quella guaina un fuoco oscuro che le ispirava orrore, colmo di pietre appuntite piccole e grandi. Ildegarda fu anche medico e medium. Secondo lei l’anima era una sinfonia. La salute era il superamento dell’isolamento. I suoi metodi, pre-freudiani, avevano lo scopo di combattere un unico morbo, il male di vivere.
In tre pagine a lei dedicate, nel delizioso libro di Sivia Ronchey, Il guscio della tartaruga, si legge che fra le ricette della sua medicina, dettate direttamente dalla divinità, si trovano: la minestra del digiunatore e quella di marrobio alla crema, disintossicanti; l’issòpo, in cui sono nascoste virtú che rendono allegri; la tisana di santoreggia, che rischiara gli occhi dell’uomo dalla tristezza, o di melissa, rosa canina e salvia, o il tè di tanacéto, in caso di vera e propria psicosi; l’elisir di violetta, nel caso di una forte malinconia o di un’ipocondria; il vino spento, contro l’ansia che rende malati, o i biscottini per i nervi, che levano ogni amarezza dal cuore, aprono l’ intelligenza, stimolano i sensi ottusi e diminuiscono gli umori tossici. Fra le pietre e i cristalli, utilizzò: il diaspro color oliva, da accostare alla bocca e inumidire col fiato caldo; il calcedonio celeste, da portare sulla pelle, un meraviglioso psicotonico; la sardònica, da tenere sul ventre nudo e leccare spesso, contro l’indisciplina; il diamante, da lasciar cadere nell’acqua che si beve, così chiamata acqua di diamante, la miglior droga contro lo “spleen”. Chissà se tali precetti non siano stati del tutto astrusi, data la lunga vita di Ildegarda, che si spense all’età di 81 anni, quando in quei tempi, la vita media era vicina a quella delle farfalle.
Il suo percorso terreno, da un certo punto in poi, era stato un inno alla vita, che lascia perplessi se ci rapportiamo con quanto predicava, allora, la Chiesa. Si dice facesse vestire sfarzosamente le consorelle, adornandole con gioielli, per salutare con canti le festività domenicali. Nella sua visione religiosa della creazione, l’uomo rappresentava la divinità, mentre la donna idealmente personificava l’umanità di Gesù. Ildegarda fu spesso in contrasto con il clero; tuttavia, riuscì a ribaltare il concetto monastico che per molto tempo era rimasto inamovibile, preferendo una vita di predicazione aperta verso l’esterno a quella più tradizionalmente claustrale.
Per l’epoca in cui è vissuta fu una monaca controcorrente e anticonformista. Ha lasciato alcuni libri profetici – lo Sci vias (Conosci le vie), il Liber Vitae Meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber Divinorum Operum (Libro delle opere divine) che abbiamo citato all’inizio, tra le cui figure viene rappresentato anche l’Adam Kadmon gnostico; oltre a questi ci offre una notevole quantità di lavori musicali, raccolti sotto il titolo di Symphonia harmoniae celestium revelationum, diviso in due parti: i Carmina (Canti) e l’Ordo Virtutum (La schiera delle virtù, opera drammatica musicata). Un notevole contributo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due trattati enciclopedici che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di Physica (Storia naturale o Libro delle medicine semplici) e Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte). Una posizione centrale nel suo pensiero la occupa la Viriditas, l’energia vitale intesa come rapporto tra l’uomo e la natura, preziosa alleata per guarire dalle malattie. Ildegarda fu anche l’autrice di una delle prime lingue artificiali della quale si abbiano notizie, la Lingua ignota (dal latino “lingua sconosciuta”), da lei utilizzata probabilmente per fini esoterici. Alcuni credevano che il suo scopo fosse di proporre una lingua universale che unisse tutti gli uomini (per questo motivo era riconosciuta come la patrona degli esperantisti).
Il 10 maggio 2012 il papa Benedetto XVI ne estese il culto liturgico alla Chiesa Universale. Il 7 ottobre 2012 lo stesso papa la proclamò santa e (unitamente allo spagnolo Giovanni d’Ávila) Dottore della Chiesa universale, un titolo raro e solenne, attribuito a quelli che, grazie alla loro vita, sono stati illuminanti per la dottrina cattolica. Da considerare che la Chiesa aveva riconosciuto fino ad allora 33 “dottori”, trenta dei quali uomini. Le donne nell’elenco erano soltanto tre: Teresa d’Avila, Caterina da Siena e Teresina di Lisieux. Come detto, Ildegarda, nel corso della sua vita, ebbe numerose visioni, di cui ha lasciato dettagliati resoconti illustrati nei manoscritti Sciviase Liber divinorum operum. Alcuni studiosi contemporanei hanno suggerito che l’origine di queste visioni fossero di tipo neurologico. Ognuno può pensarla come vuole, certo è che Ildegarda sfugge allo schema tradizionale del Cristianesimo, fatto di sensi di colpa per il peccato originale; con una vita terrena intesa come effimera dove la felicità è affidata solo al regno dei cieli; con esaltazione della sofferenza e del dolore, mentre il petulante monaco del Medio Evo ripete: “ricordati che devi morire”; con iconografia dei cimiteri basata su immagini terrificanti a base di teschi e ossa incrociate, con la caccia alle streghe fino ad epoche recenti (e il cliché della strega era proprio la donna che conosceva il potere curativo delle erbe). Anche San Francesco, che tanto viene idealizzato per il suo rapporto felice con la natura, mortifica e macera il suo corpo per espiare chissà quali colpe. Ildegarda, no! Invitava alla gioia con un inno alla vita e all’armonia del creato, teso a prendere quello di buono che la natura offre alla umanità.
La storia è tutto un tentativo di comprendere e capire, che non sempre vuol dire condividere, o giustificare. Comunque, o per l’astuzia della Ragione, o se si preferisce, per merito della Provvidenza, Ildegarda può affascinare ed intrigare anche i più inveterati laici inclini al disincanto.





