Antonio Gramsci e il Risorgimento
Luciano Luciani.
La superiorità dei moderati
L’affermazione della superiorità dei moderati sui democratici percorre tutta la riflessione gramsciana. Tale condizione deriva dalla maggiore “organicità dei loro rapporti con i gruppi sociali di cui erano l’espressione”, stretta al punto che per molti uomini politici moderati del nostro Risorgimento “si realizzava l’identità di rappresentato e rappresentante”. I moderati costituivano, insomma, “un’avanguardia reale, organica, delle classi alte, perché essi stessi appartenevano economicamente alle classi alte: erano intellettuali e organizzatori politici e insieme capi d’azienda, grandi agricoltori e amministratori di tenute, imprenditori commerciali e industriali, ecc.”.
Invece, il Partito d’azione (con questa dizione Gramsci designa il movimento democratico nel suo complesso ancor prima di quel 1853 che vide la costituzione di una formazione politica così chiamata) non solo non poteva vantare l’omogeneità sociale e politica del gruppo moderato e i suoi collegamenti con le aspirazioni della borghesia nazionale, ma non fu mai in grado di diventare il referente politico di una classe sociale definita. Non seppe, quindi, amalgamare in un programma complessivo le indicazioni e le sollecitazioni, anche diverse, che si manifestavano all’interno del movimento democratico e neppure a superare lo scarto tra obbiettivi programmatici e strumenti per la loro realizzazione, tra aspirazioni ideali e concreti mezzi operativo-organizzativi.
Gramsci, nell’articolare il suo giudizio sui democratici, sembra rileggere ‘da sinistra’ un famoso passo del Cavour, in cui lo statista piemontese, impietosamente e lucidamente, poneva in luce le incerte matrici di classe del movimento democratico.
Al Partito d’azione, fragile, diviso al proprio interno, privo di una salda direzione politica, continuamente oscillante tra le idee democratiche di cui si faceva paladino e l’estrazione sociale dei suoi membri, tocca – secondo Gramsci – la responsabilità di non aver saputo creare le condizioni per proporsi come nuovo gruppo sociale dominante alternativo nel momento in cui, battuta la dominazione austriaca, il vecchio blocco ideologico si sgretolava.
L’incapacità del Partito d’azione di creare un gruppo sociale realmente progressivo, “cioè capace di far avanzare realmente l’intera società, soddisfacendo non solo alle sue esigenze esistenziali ma ampliando continuamente i propri quadri per la continua presa di possesso di nuove sfere di attività economico-politica” è uno dei temi su cui l’attenzione di Gramsci torna in continuazione per una più acuta e compiuta comprensione del presente.
Nella individuazione gramsciana dei momenti storici nel corso dei quali il vecchio blocco egemone si sfascia e in cui oggettivamente si aprono possibilità per una nuova direzione politica rivoluzionaria – non più legata alla spontaneità generosa ma velleitaria o al mito apocalittico di un’ora X miracolosa e irrepetibile, ma al paziente, quotidiano lavoro per la creazione di un nuovo blocco ideologico e politico – noi leggiamo sia la polemica contro il socialismo riformista impregnato di positivismo e di messianesimo, sia l’eco della lotta contro il settarismo che inficiava l’operare del movimento operaio italiano.
Gramsci e la questione meridionale
Nel momento in cui la storia d’Italia viene ripensata per trasformarsi in una più ampia strategia della rivoluzione nel nostro paese, il pensiero di Gramsci non può che ritornare sulla questione meridionale e sul rapporto Nord-Sud.
La vittoria moderata favorisce l’estensione della dominazione politica, economica, amministrativa del Nord moderno, europeo, industrializzato sul Mezzogiorno arretrato e agricolo. Per Gramsci, lo Stato unitario – un Piemonte allargato – fin dalle origini realizza una politica contraria allo sviluppo del Sud: tutta la sua azione politica amministrativa, doganale non solo non colma il divario tra Sud e Nord, ma aiuta il consolidamento e le fortune di quel blocco tra industriali e agrari, che, proprio nel processo nazionale unitario, trova le sue origini e le sue ragioni. Al Sud viene riservato il classico destino coloniale: subisce, cioè, un processo di trasformazione in area di mercato di consumo a tutto vantaggio dell’industria nordista. Gli agrari meridionali, a cui viene garantita l’intangibilità del latifondo, si fanno alleati degli interessi della nascente industria nazionale, mentre tocca agli intellettuali (clero, funzionari statali, insegnanti, avvocati, professionisti, sul cui ruolo Gramsci produrrà pagine ricche di intuizioni assai fervide) ‘legare’ il contadino meridionale al grande proprietario terriero. Questa la mappa dell’intrecciarsi degli interessi dominanti all’indomani dell’unità: le terre, spesso incolte, continuano a produrre rendite per i signori meridionali; queste non vengono investite in loco se non in minima parte, ma vanno ad alimentare gli investimenti utili allo sviluppo industriale del Nord mentre lo Stato, grande assente nel Mezzogiorno (neppure una lira per strutture e infrastrutture, case, strade, fabbriche, scuole, ospedali…) taglieggia pesantemente con lo strumento fiscale i contadini delle regioni meridionali. Il brigantaggio, una vera e propria ‘guerra sociale’ che imperversò dal 1861 al 1870 in quasi tutto il Mezzogiorno, testimoniò l’opposizione, istintiva e priva di una guida politica consapevole, delle masse meridionali allo sfruttamento intensivo e sistematico perpetrato nei confronti del Sud dallo Stato unitario e dagli interessi borghesi-capitalistici che questo esprimeva.





