#CULTURA #POLITICA #TOSCANA

A Lucca il Tricolore scende dall’alberata Torre Guinigi

Roberto Pizzi.

Il 2 giugno è stato celebrato dignitosamente anche a Lucca l’ottantesimo anniversario dalla fondazione della Repubblica Italiana,  con le manifestazioni ufficiali in piazza Napoleone  e nellalimitrofa piazza XX Settembre. E  già da sabato scorso era stato issato un enorme Tricolore sull’alberata Torre Guinigi  (celebre icona della città), che ha riscosso particolare ammirazione.

Per questo storico evento è mancato, però, un passaggio (del resto – come si dice  – a tutti i poeti manca un verso): quello di rendere onore da parte dei lucchesi alla memoria di Francesco Burlamacchi, la cui statua non è distante dalla piazza dove si è svolta la suddetta cerimonia ufficiale.

Ma perché ricordare anche Francesco Burlamacchi, nato a Lucca nel  1498, da nobile famiglia mercantile?  Perché egli incarnò lo spirito storico del concetto di  Repubblica, che lievitò di nuovoin quell’epoca, collegandosi anche ai fermenti religiosi della Riforma protestante che pervase Lucca. Qui risuonavano  allora i  nomi e le idee di riformatori umanisti quali Juan de Valdés,  AonioPaleario, il senese Bernardino Ochino, Ortensio Lando. Quest’ultimo fu ospite per ventotto giorni dei patrizi Buonvisi, nella loro villa di Forci sulle colline vicine alla città murata, durante l’estate del 1535, dove compose le Forcianae quaestiones ispirandosi all’Utopia di  Tommaso Moro. Nella prima delle tre parti che compongono il testo si esaltava in chiave antitirannica e filorepubblicana la libera città-stato di Lucca, connubio ideale di erasmiana pietas religiosa, di  di concordia civile e libertas politica.

La vita di Burlamacchi  si chiuse tragicamente per la sua congiura contro i Medici in un arco temporale denso di turbolenze, nei quali  Lucca vide messa a repentaglio la sua indipendenza.

Nel 1522 vi era stata la rivolta dei Poggi, per la sinecura della chiesa di S. Giulia; nel 1531 era avvenuta  quella degli Straccioni, originata dalla crisi economica europea e  dal crollo dei prezzi della seta, che fece seguito alla guerra fra Spagna e Francia; nel 1542 vi fu la congiura del Fatinelliche voleva farsi signore di Lucca, dopo una carriera militare sulle galere di Andrea Doria. Nel 1546 prendeva corpo la sua ben più complicata e nobile congiura, che intendeva  modificare l’assetto politico della Toscana sottraendola alla signoria di Cosimo dei Medici, con lo scopo di formare una federazione di libere repubbliche. Il disegno naufragò: tradito, Burlamacchi fu consegnato ai soldati fiorentini all’ordine dei  Medici, e quindi  all’imperatore Carlo V che lo fece decapitare a Milano nel 1548. 

Nel 1859, in quanto funzionale agli sforzi per l’attuazione del processo risorgimentale allora in corso, una inevitabile retorica lo esaltò definendolo il “primo martire dell’unità italiana”. Il suo monumento, eretto in Piazza San Michele (l’antico Fòro romano) subito dopo la costituzione del Regno d’Italia, costituiva il primo e il più significativo esempio dell’iconografia politica risorgimentale a Lucca. La sua realizzazione fu affidata allo scultore Ulisse Cambi alla cui  scuola si formò anche il celebre  scultore-intagliatore senese Giovanni Dupré.  L’originalità del pensiero di Burlamacchi, non deve essere sottovalutata ed anche Giosuè Carducci ne esaltò la grandezza epica scrivendo che fu  Maggior de’ tempi e dell’obliquo fato” (Levia Gravia – In Morte Di G.B. Niccolini); ed ancora: in “Juvenilia” (Alla Croce di Savoia): E fu primo Burlamacchi / Dato a morte e pur non vinto /Contro il fato e Carlo Quinto/ Il futuro ad attestar.

L’ordinamento della Toscana e dell’Italia centrale che il Burlamacchi  perseguiva, precorrendo i tempi, si muoveva nel solco del grande ideale della salvaguardia delle libertà locali che Lucca, a differenza di altre ex città-stato, conserverà fino al 4 ottobre del 1847, quando veniva annessa al Granducato di Toscana, decretando così la fine di uno stato  che, nella storia, aveva reso fieri i suoi cittadini dell’appartenenza ad una tra le Repubbliche più antiche della penisola. Costituita come tale nel XIII secolo, Lucca fu “democratica” come si poteva essere nell’epoca medioevale, quando i suoi  mercanti ne garantivano la prosperità, poi Repubblica aristocratica nel XVI secolo, come Genova e Venezia, quando il potere veniva riservato alle famiglie iscritte sul libro d’oro. Tutto questo non toglieva nulla al fatto che le libere repubbliche italiane furono esperimenti di governi che avevano quale finalità principale quella di permettere ad una parte ampia (per quei tempi) della popolazione di partecipare al governo e al potere sovrano. Lo stesso Machiavelli aveva lodato le istituzioni politiche di Lucca e fu, del resto, nelle libere repubbliche italiane che nacque, fra il Trecento e il Cinquecento, quel “repubblicanesimo classico” che fu uno dei contributi più significativi che l’Italia dette alla modernità. Nella nostra storia le repubbliche hanno lasciato segni nella cultura, nel linguaggio, nella fisionomia delle città e del territorio. L’argomento repubblicano che il governo della legge è la condizione necessaria affinché i cittadini non siano soggetti alla volontà arbitraria di alcuni individui (o di un solo individuo) e possono vivere liberi, è il cuore della risposta di James Harrington all’altro filosofo inglese Hobbes, quando quest’ultimo scrisse nel Leviatano che i cittadini di  Lucca non erano più liberi dei sudditi del sultano di Costantinopoli. Harrington rispose che ciò che rendeva i lucchesi più liberi era il fatto che in questa città, tanto i governanti quanto il popolo intero,  erano sottoposti alle leggi civili e costituzionali, mentre a Costantinopoli il sultano era al di sopra delle leggi e poteva disporre arbitrariamente delle proprietà e della vita dei sudditi. L’idea della repubblica, dove si imparava l’arte di vivere da cittadini,  era anche un germe benefico in termini di libertà politica e di pensiero, dal quale scaturiva un senso del dovere, una fierezza sconosciuta ai sudditi di un monarca, di un principe o di un papa che imparano l’arte di vivere da servi.

Lo storico e letterato Francesco De Sanctis diceva che “non è l’ingegno, ma il carattere e la tempra che salva la nazione” a noi mancanti per colpa dell’ “uomo del Guicciardini”,  pronto a coltivare il suo particulare”, sacrificandogli “patria, religione, libertà, onore, gloria, insomma tutto quello che stimola gli uomini ad atti magnanimi e fa nazioni grandi”.

Francesco Burlamacchi, aveva lottato per smentire quel detto Franza o Spagna purché si magna”, che rendeva bene l’idea dello smarrimento e dell’impotenza degli italiani – divisi in staterelli e fazioni interne – di fronte alle organizzate armate straniere. 

Accusato anche di essere un pazzo (come lui, per fortuna, ne troveremo altri, periodicamente, nelle varie epoche) forse occorreva portargli  un po’ di rispetto in un’occasione come questo 2 giugno,poiché  come insegnava Nello Rosselli: non è detto che i vinti abbiano sempre torto!

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