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Trump in Cina accolto con la solenne pomposità riservata ai momenti di svolta storica

Ariel Piccini Warschauer.

Sotto il cielo plumbeo di una Pechino blindata, il tempo sembra essersi fermato a nove anni fa, ma il mondo che lo circonda è drasticamente cambiato. Donald Trump torna nella Grande Sala del Popolo, accolto da Xi Jinping con la solenne pomposità riservata ai rari momenti di svolta storica. Tra i due leader, una stretta di mano che dura pochi secondi ma pesa tonnellate: sul tavolo non ci sono solo i dazi, ma lo spettro di una guerra globale e il destino energetico di un Occidente col fiato corto.

“Il mondo è a un bivio”, ha esordito Xi Jinping con la consueta vena filosofica, citando la “trappola di Tucidide” per scongiurare l’inevitabilità dello scontro tra la potenza egemone e quella nascente. Ma è stato su Taiwan che il leader cinese ha abbassato il tono diplomatico per far parlare la fermezza: “Una gestione errata può portare a un conflitto”. Parole che risuonano come un avvertimento diretto a Marco Rubio, il nuovo Segretario di Stato falco che siede a pochi metri, e a una Washington che proprio a dicembre ha autorizzato un pacchetto di armi da 11 miliardi per l’isola.

Trump, dal canto suo, ha giocato la carta dell’amicizia personale, quella “chimica” che ha sempre millantato di avere con il “Presidente a vita”. “È un onore essere tuo amico”, ha dichiarato, promettendo un “futuro fantastico insieme”. Dietro la retorica, però, preme l’urgenza di risultati concreti per l’economia americana e per una Boeing che attende disperatamente la conferma di un maxi-ordine di velivoli per respirare.

Il convitato di pietra del vertice è l’Iran. La guerra lampo iniziata a fine febbraio — che ha visto le forze Usa e israeliane colpire infrastrutture iraniane — ha lasciato un Medio Oriente in bilico e i prezzi dell’energia alle stelle. Trump, accompagnato dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, è qui per chiedere a Xi di fare pressione su Teheran. La Cina è il polmone economico dell’Iran, l’acquirente del suo petrolio: senza il beneplacito di Pechino, nessuna soluzione nel Golfo è percorribile. “Avremo una lunga conversazione sull’Iran”, ha ammesso Trump, sapendo bene che la chiave per riaprire lo Stretto di Hormuz passa per queste stanze.

La composizione della delegazione americana non lascia spazio a dubbi sulla strategia di Trump: un mix di pressione militare e muscoli industriali. Da un lato Rubio e Hegseth, volti della nuova intransigenza repubblicana; dall’altro i titani della Silicon Valley. Musk, ormai ombra onnipresente del Presidente, è l’ambasciatore di un capitalismo che non può fare a meno delle fabbriche e delle batterie cinesi, nonostante le tensioni geopolitiche.

Mentre una salva di 21 colpi di cannone rimbombava su Piazza Tienanmen, il messaggio di Pechino è apparso chiaro: la Cina è pronta a essere partner, ma alle sue condizioni. Trump ha promesso “magia” e “futuro radioso”, ma la realtà è che entrambi i leader sanno di camminare su un filo sottilissimo. La “trappola” è lì, aperta; resta da vedere se questo abbraccio sarà davvero l’inizio di una nuova era o solo il preludio a un urto ancora più violento.

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