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Garlasco, il muro dei Poggi: “Stasi resta il colpevole, l’inchiesta su Sempio è un buco nell’acqua”

Ariel Piccini Warschauer.

Non c’è spazio per il dubbio, né per i colpi di scena tardivi che vorrebbero riscrivere una verità giudiziaria ormai scolpita nella pietra. Per la famiglia di Chiara Poggi, il caso Garlasco è chiuso dal 12 dicembre 2015, giorno in cui la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per Alberto Stasi. Le recenti manovre investigative su Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara finito nel mirino della difesa del detenuto, vengono liquidate dall’avvocato di parte civile, Gian Luigi Tizzoni, come un tentativo «unidirezionale» e privo di consistenza scientifica.

Secondo il legale della famiglia Poggi, la lettura delle carte depositate con la chiusura dell’inchiesta bis non lascia adito a interpretazioni: gli elementi raccolti non hanno la forza d’urto necessaria per scardinare il giudicato. «Non vedo spazio per una revisione», taglia corto Tizzoni, citando le consulenze medico-legali della dottoressa Cattaneo e quelle informatiche di Dal Checco.

Il nodo centrale resta la famigerata «impronta 33», quel frammento che la difesa di Stasi ha cercato di attribuire a Sempio. Per Tizzoni, però, si tratta di una suggestione priva di rigore: «Il nostro dattiloscopista e altri esperti hanno forti perplessità che l’impronta abbia il numero di minuzie sufficienti per essere attribuita a chicchessia». Il legale lamenta inoltre il mancato accoglimento di un incidente probatorio che avrebbe potuto fare chiarezza definitiva, evitando quello che definisce un inutile dispendio di tempo e risorse.

L’offensiva della famiglia Poggi punta a ristabilire l’ordine delle prove che hanno portato Stasi in carcere. Punti che, secondo l’avvocato, l’inchiesta pavese avrebbe ignorato o «bypassato» con troppa leggerezza: La tesi secondo cui Alberto Stasi sarebbe riuscito ad attraversare la villa senza macchiarsi le suole di sangue viene definita «inscalfibile». Un elemento fantasma nelle nuove indagini è la bicicletta nera. «Il giudice Vitelli la ritenne la bicicletta dell’assassino», ricorda Tizzoni. «Non si può immaginare una revisione togliendo quello che non torna senza spiegare le novità».

C’è poi il capitolo umano, segnato dall’amarezza per l’accusa di «ostilità» rivolta ai Poggi dalla Procura di Pavia. I genitori di Chiara, tramite il loro legale, rispediscono al mittente ogni critica, sottolineando come la loro casa sia sempre stata aperta agli inquirenti (anche per il piazzamento di microspie).

Il sospetto della famiglia è che si sia cercato a tutti i costi di sconfessare il verdetto di Milano, quasi in un atto di «accanimento» istituzionale. «È deludente», conclude Tizzoni, «vedere un lavoro mastodontico che però non va a colpire i punti centrali della vicenda». Per i Poggi, la verità abita già a Bollate, nella cella di Alberto Stasi. Tutto il resto è solo rumore di fondo.

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