La cronaca nera e la tendenza diffusa a trasformarsi in esperti improvvisati
Giancarlo De Cataldo su La Repubblica riflette sul rapporto tra società e cronaca nera, partendo da un episodio del 1963, quando il quotidiano Il Tempo invitò i lettori a contribuire alla ricostruzione dell’omicidio della modella Christa Wanninger, trasformando il pubblico in parte attiva dell’indagine. L’autore utilizza questo precedente per interrogarsi su come oggi una simile iniziativa assumerebbe forme spettacolari, in un contesto segnato da sovraesposizione mediatica del crimine. Il confronto con il passato evidenzia un cambiamento: la cronaca nera, un tempo circoscritta, è oggi continua e pervasiva, alimentata anche dalla disintermediazione e dalla tendenza diffusa a trasformarsi in esperti improvvisati. Il fascino del delitto viene ricondotto a una dimensione più profonda: il Male esercita un’attrazione inevitabile, radicata nella cultura occidentale fin dai miti originari, e rappresenta uno specchio in cui l’uomo si riconosce. Accanto a questa attrazione operano la narrazione — affidata a giornalisti e scrittori — e lo sfruttamento politico del crimine, tre elementi strettamente intrecciati. Di fronte all’“overdose” contemporanea di racconti criminali, l’autore richiama l’esigenza di regole condivise che limitino gli aspetti più distorsivi della comunicazione. Viene ricordato il codice di autoregolamentazione del 2009, promosso anche su impulso di Giorgio Napolitano, che stabiliva principi di rispetto della dignità delle persone coinvolte, equilibrio informativo e correttezza nella rappresentazione delle vicende giudiziarie. Tuttavia, l’assenza di poteri sanzionatori ne ha limitato l’efficacia, portando al suo progressivo abbandono. La possibile riattivazione di un organismo simile viene indicata come un passo utile, pur non risolutivo rispetto all’uso politico della cronaca. In conclusione, l’autore sottolinea come una reale capacità critica non possa derivare solo da norme o linguaggi più corretti, ma richieda conoscenza e consapevolezza, mentre difende il ruolo della fiction nel rappresentare il Male senza ridurlo a causa diretta dei comportamenti devianti.





