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Garlasco, il processo mediatico e la verità dei fatti chissà se arriva

Cataldo Intrieri su Linkiesta commenta il processo mediatico per il delitto di Garlasco.

Poiché Garlasco, come si è scritto qui, è una maestosa rappresentazione antropologica, politica e culturale del Paese, la sua evoluzione finisce per assorbire e definire anche il suo quadro attuale. Venerdì sera due delle principali reti nazionali hanno dedicato, con numeri impressionanti, la prima serata alla novità del momento: il deposito degli atti di indagine, ribattezzato dai palati più raffinati discovery, manco fossimo nelle brume inglesi invece che in quelle pavesi.

Il documento conclusivo, battezzato formalmente «nota di riepilogo delle indagini svolte», è stato diffuso in tutta Italia con tanto di logo gigante del Nucleo investigativo di Milano, l’ormai mitologica via Moscova (competition is competition pure tra le agenzie investigative).

I pochi benpensanti ortodossi della procedura penale si sono scandalizzati: i difensori dello sventurato indagato ancora annaspavano per accedere agli atti, ma le redazioni di tv e podcast erano già in grado di ritagliare gli argomenti da dare in pasto al pubblico. Lo scandalo è inutile. In realtà, trattasi di pruderie d’altri tempi: l’inedita nota riepilogativa costituisce semplicemente il trailer di un grande spettacolo popolare. Finanche lo stile letterario e la sapiente scansione dei capitoli sono in funzione di un’avvincente prossima sceneggiatura da serie televisiva di gran successo.

L’inedito particolare è una pseudo-confessione di Andrea Sempio, che reciterebbe, addirittura nella duplice parte di sé medesimo e della povera vittima, il movente dell’omicidio: il rifiuto di Chiara al suo approccio sessuale. Il modello di riferimento è lo psicotico serial killer Norman Bates di “Psyco”, ma anche lo zio Michele di Avetrana, peraltro autocalunniatore, fortunatamente per lui non creduto.

In una delle tante trasmissioni, la telecamera indugia su un’espressione di disagio (ma chissà perché) di Andrea Sempio per derivarne la prova di una strisciante malattia mentale, anch’essa doverosamente descritta in atti. Qualche anima bella parla di mostrificazione: avesse studi un po’ più robusti, evocherebbe il Tätertyp del diritto penale nazista, l’asociale, criminale in quanto tale, da espellere dal consorzio civile a prescindere dai reati.

Questa fiera dell’orrore, tuttavia, riesce a riservare una sua originalità. Si è soliti puntare l’indice, come causa della degenerazione del processo, sul totem della ricerca della verità (illusoria quanto la ricerca della felicità scolpita nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, non a caso impelagati da decenni in imprese belliche fallimentari).

Il miraggio è giustificato con la necessità, nobile, di dare sollievo ai familiari della povera vittima, ma non è così, e Garlasco smaschera quest’altra ipocrisia. La verità unica che il popolo dei giustizialisti sembra disposto ad accettare non è quella condivisa dai familiari di Chiara Poggi, fermamente convinti che il colpevole sia invece Alberto Stasi. E allora anche le parti offese, coloro il cui dolore fa versare lacrime e sdegno, vanno spazzate via e anzi entrano nell’orbita del sospetto degli inquirenti.

Il Moloch della verità e della vendetta sociale è arrivato all’ultimo stadio e divora sé stesso. Nessuno lo dice, ma le intercettazioni dei Poggi costituiscono un capitolo grave e imbarazzante.

La legge esclude che si possano intercettare e captare le conversazioni che si tengono nei luoghi di privata dimora, tranne in due casi: reati di criminalità organizzata oppure reati consumati all’interno delle abitazioni. Dunque, se i Poggi sono intercettati dentro la loro casa, è perché tutti o alcuni sono sospettati (o lo sono stati) di aver consumato dei reati, presumibilmente di aver ostacolato la giustizia.

Un particolare sconcertante che meriterebbe una doverosa attenzione perché, se il sospetto fosse infondato, sarebbe una violazione grave di diritti elementari, oltre che un danno alla loro reputazione.

Al peggio sembra non esserci fine: semmai esistesse una superiore autorità morale, questa avrebbe il compito di dire basta. Dopo che un’incomprensibile decisione della Cassazione, dieci anni fa, rovinò la vita di un ragazzo, è doveroso che non si rischino nuove vittime.

Forse il vecchio e il nuovo imputato farebbero bene, non ad accusarsi, ma a indicarsi entrambi per ciò che sono: vittime. Come gli incolpevoli familiari della povera Chiara, che giustizia non avrà.

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