Garlasco, il giallo del “Fascicolo P” e quell’ombra sui primi investigatori
Ariel Piccini Warschauer.
L’omicidio di Chiara Poggi, non smette di proiettare ombre lunghe, virando questa volta dal perimetro della villetta di via Pascoli verso le stanze di chi quelle indagini avrebbe dovuto condurle con “occhi aperti davanti alla verità”. Al centro del nuovo terremoto giudiziario c’è il cosiddetto «Fascicolo P», un dossier che la Procura di Pavia sta analizzando per far luce sui comportamenti di ufficiali e sottufficiali che, nelle prime fasi dell’inchiesta, avrebbero ignorato o sottovalutato piste alternative a quella che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.
Tutto ruota attorno a una scoperta recente, emersa durante l’interrogatorio di Andrea Sempio, il giovane che nel 2017 fu indagato (e poi archiviato in tempo record) a seguito di nuove analisi del DNA. Davanti al procuratore aggiunto Stefano Civardi, è spuntata una bozza della richiesta di archiviazione firmata dall’allora pm Mario Venditti. Su quel documento, qualcuno ha vergato a mano un appunto inquietante, contenente correzioni e suggerimenti che sembrano aver pilotato l’esito dell’atto giudiziario.
Non è solo un dettaglio formale: il sospetto degli inquirenti è che ci sia stata una fretta ingiustificata nel “chiudere” la posizione di Sempio senza effettuare nuovi accertamenti sulle unghie di Chiara, limitandosi a interrogare il perito di parte.
Il clima si è fatto incandescente con le prime condanne e i nuovi indagati per falsa testimonianza. Dopo Francesco Marchetto, ex comandante della stazione di Garlasco, ora è il turno del suo superiore di allora, Gennaro Cassese. Le sue dichiarazioni sono state ritenute lacunose e contraddittorie dal procuratore aggiunto Civardi, che ha dovuto sospendere l’interrogatorio per i numerosi “non ricordo” e le omissioni riguardanti proprio i passaggi chiave del 2016 e 2017.
L’inchiesta odierna ipotizza un legame più profondo tra investigatori e i magistrati dell’epoca, un intreccio che avrebbe inquinato la trasparenza delle indagini.
Mentre Alberto Stasi resta in carcere scontando la sua pena a 16 anni, riaffiorano i dubbi tecnici: quelle impronte sul dispenser del sapone nel bagno dei Poggi, che i periti di Stasi hanno sempre indicato come appartenenti a un terzo individuo, ma che non furono mai attribuite con certezza.
Oggi, il mistero si arricchisce di un biglietto ritrovato in un bidone lontano da casa di Sempio il 26 febbraio 2025, giorno della sua convocazione in caserma. Un foglio di carta a quadretti con scritte confuse: «Finita da fuori», «assassino». Un elemento che, per la Procura, rappresenta l’ennesima tessera di un puzzle che non è mai andato davvero al suo posto.
Resta l’interrogativo di fondo: è possibile che per anni si sia preferita una verità processuale “comoda” a una verità scientifica completa? La risposta è ora nelle mani di chi indaga su chi indagò.





