Giallo di Garlasco, chiuse le indagini dopo ripetuti colpi di scena
Ariel Piccini Warschauer.
Diciotto anni di nebbie, sentenze definitive e colpi di scena non sono bastati a scrivere la parola fine sul delitto di Garlasco. Oggi, però, la Procura di Pavia prova a ribaltare la storia: l’inchiesta è ufficialmente chiusa e il nome sul registro degli indagati non è più quello di Alberto Stasi, ma quello di Andrea Sempio. Il trentottenne, all’epoca dei fatti amico stretto del fratello della vittima, ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini. L’accusa è la più terribile: omicidio volontario con le aggravanti della crudeltà e dei motivi abietti.
Il movente: un rifiuto fatale
Secondo la ricostruzione dei magistrati pavesi, Chiara Poggi sarebbe stata uccisa per aver detto “no”. Un’avance respinta, un approccio tentato da Sempio nei giorni precedenti il 13 agosto 2007, avrebbe scatenato la furia del diciannovenne. Gli inquirenti sono convinti che il giovane abbia colpito Chiara per dodici volte, probabilmente con un martello. Un delitto d’impeto nato dal risentimento, che per quasi due decenni è rimasto sepolto sotto il peso di un’altra verità giudiziaria.
Il “giallo” delle intercettazioni: confessione o podcast?
Il pilastro dell’accusa poggia su alcune intercettazioni ambientali captate il 14 aprile 2025. Sempio, solo nella sua auto, si lancia in un soliloquio sconnesso. Per i pm è una mezza confessione: il trentottenne ammette implicitamente di aver visto i video intimi di Chiara e Alberto e parla della telefonata finita male (“Non ci voglio parlare con te”, avrebbe risposto lei).
Ma la difesa, guidata dai legali Liborio Cataliotti e Angela Taccia, non ci sta. La tesi è diametralmente opposta: Sempio non stava confessando, stava commentando un podcast dedicato proprio al delitto di Garlasco che usciva dalle casse dell’autoradio. “Riflessioni estemporanee e confuse derivanti dall’ascolto”, dicono gli avvocati, che ora sono al lavoro per recuperare il materiale audio e dimostrare che quelle frasi erano solo una reazione a una narrazione mediatica.
Marco Poggi nel mirino: “È ostile”
C’è poi un capitolo amaro che riguarda la famiglia della vittima. Gli inquirenti definiscono Marco Poggi, fratello di Chiara, come “ostile”. Secondo i carabinieri, il giovane starebbe mettendo in atto una “costante difesa d’ufficio” del suo amico di sempre, Andrea Sempio. Negli interrogatori più recenti, Marco avrebbe mostrato insofferenza: “Mi state influenzando… non riesco neanche a finire la frase”, ha messo a verbale il 20 maggio scorso. Un attrito che complica ulteriormente un quadro familiare già devastato.
Verso la scarcerazione di Stasi?
La mossa della Procura di Pavia non è solo un atto d’accusa contro Sempio, ma un siluro alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Gli atti verranno trasmessi alla Procura Generale di Milano per sollecitare la revisione del processo che nel 2015 portò Stasi a 16 anni di reclusione.
Se la Corte d’Appello di Brescia dovesse accogliere l’istanza di revisione, per Stasi (attualmente in semilibertà) potrebbe aprirsi la porta della scarcerazione in attesa del nuovo giudizio. Il paradosso giuridico è servito: l’Italia rischia di trovarsi con un colpevole “definitivo” in cella e un nuovo presunto colpevole a processo per lo stesso identico martello. Una matassa che solo la verità, quella vera, potrà sbrogliare dopo diciotto anni di attesa.





