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La Costituzione proibisce sempre la guerra senza distinguere tra aggressione e difesa ma non è così

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera scrive che il pacifismo diffuso in Italia nasce dall’eredità della Seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del 1940-45, che ha lasciato nella coscienza collettiva una «sindrome dell’inerme»: la convinzione profonda che il Paese non conti nulla e debba restare lontano da ogni guerra. Il rifiuto del bellicismo, sancito dall’articolo 11 della Costituzione, è legittimo, ma essere genericamente “contro la guerra” non ha senso, perché un conflitto può essere imposto da un aggressore e rendere necessaria la difesa, come riconosce anche l’articolo 52. In Italia, però, la propaganda pacifista del dopoguerra e una radicata cultura cattolica hanno diffuso l’idea che la Costituzione proibisca sempre la guerra, senza distinguere tra aggressione e difesa. Questo pacifismo riflette in realtà una perdita di fiducia in sé stessi: si è radicata la convinzione che la guerra non sia “cosa per noi”, neppure come estrema necessità, e da qui nasce anche un atteggiamento ambivalente verso chi combatte per difendersi, come gli ucraini, guardati con un implicito disagio di fronte a un coraggio che gli italiani sentono di non avere. Non a caso l’Italia è tra i Paesi europei con il sostegno più debole all’Ucraina e con la maggiore riluttanza verso qualsiasi intervento militare, subordinato a un improbabile consenso universale. Alla base non c’è solo il ridimensionamento internazionale seguito alla sconfitta, ma soprattutto una ferita più profonda: la perdita di autostima nazionale e di senso della propria forza. Questa «sindrome dell’inerme» produce immobilismo, rifiuto del rischio e incapacità di progettare il futuro; la politica ne è condizionata e si limita a galleggiare senza visione. Così, conclude l’autore, da oltre vent’anni l’Italia sopravvive senza slancio, in un immobilismo che assomiglia sempre più a una lenta asfissia.

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