Arezzo ha avuto tanti sindaci ma Aldo Ducci è “Il Sindaco”
Il 24 e 25 maggio i cittadini di Arezzo andranno alle urne per eleggere il sindaco e in vista di questo appuntamento Claudio Repek su La Nazione dedica accurati profili ai primi cittadini. Ecco quello che ha scritto su Aldo Ducci.
Ci sono i sindaci. Poi c’è “Il Sindaco”. E ad Arezzo è lui: Aldo Ducci. Per i numeri, imbattibili fino a una futura e improbabile nuova legge: 23 anni e 6 consiliature con la fascia. Per le impronte lasciate sul terreno e sulle persone: trasformazione urbanistica, investimenti pubblici, servizi per l’infanzia. Per essere stato nel posto giusto al momento giusto: l’industrializzazione, la nascita dei settori identitari e cioè moda e oro, lo sviluppo demografico. Per la coerenza politica: nonostante un cuore lontanissimo dal Pci aveva capito che l’unica chiave della governabilità era l’asse Psi-Pci e non ha mai derogato, nonostante le scelte diverse, a livello nazionale, dei suoi compagni di partito, i socialisti. La sua storia di sindaco va dal 1963 al 1966 e poi dal 1970 al 1990 con una fantastica alba e un malinconico tramonto. Era nato nel 1923, in un giorno che sarà poi particolare per Arezzo: il 16 luglio che nel 1944 vedrà la liberazione della città.
Partigiano e azionista, resta nel Pd’A fino al suo scioglimento nel 1947. Entra nel Psi con qualche perplessità sul marxismo e sul Patto d’azione con il Pci. Ne diventa comunque segretario nel 1948 ma ne viene espulso due anni dopo.
Rientrerà solo nel 1957, dopo che l’anno prima era finito il Patto d’azione grazie all’invasione sovietica dell’Ungheria. Il Psi sarà la sua casa fino allo fine. Come lo sarà il Grande Oriente al quale aderisce nel 1951.
Terza stella polare sarà la scuola: maestro e poi direttore didattico. Nel 1956 mette anche piede, per la prima volta, nel Consiglio comunale di Arezzo e vi resterà fino al 1995, cinque anni dopo la fine del suo ultimo mandato di sindaco. Un altro record che difficilmente verrà battuto: 9 consiliature.
Entra in giunta nel 1957 e, dopo la crisi dell’amministrazione Vinay, diventa sindaco, per la prima volta nel 1963. Lo sarà solo per tre anni. In quel periodo il partito veniva dopo l’istituzione e Ducci venne richiamato alla guida del Partito socialista unificato, frutto del matrimonio dalla vita breve tra Psi e Psdi.
L’andamento sussultorio della vita politica di Aldo Ducci trova fine nel 1970 quando ha inizio il suo secondo mandato di sindaco. Nel seguiranno altri tre fino al 1990. Questo ventennio è straordinario per Arezzo. La Lebole diventa una fabbrica da 5mila donne.
La Unoaerre si afferma come uno dei marchi orafi più importanti al mondo e, per gemmazione, crea il sistema orafo aretino. Le campagne si spopolano e la città cresce: 74.922 abitanti nel 1961 e 91.626 nel 1991.
Boom demografico vuol dire boom edilizio e negli anni di Aldo Ducci Arezzo assume, sostanzialmente, quell’identità urbanistica che oggi, in buona parte, ancora conserva.
Vengono creati servizi “invisibili” ma essenziali come rete fognaria e depuratori e servizi che incidono positivamente nella vita delle famiglie che sono sempre più numerose: nidi e materne. Sono anni che Ducci gestisce da leader con una visione politica lunga.
Lavora al presente ma pensa anche al futuro: allora – d’altronde – non c’erano limiti al numero di mandati. Ha lungimiranza amministrativa ma anche fiuto politico: non ha mai amato i comunisti ma sa che non potrebbe governare senza di loro. Quindi dice no al centro sinistra quando questa formula, a partire dal governo Moro-Nenni del 1963, si afferma a livello nazionale. Il Pci sarà con lui e lo sarà fino al 1985 quando Vasco Giannotti porrà la domanda che ogni iscritto al Pci si faceva dalla Liberazione: ma se siamo il partito più forte – e non di poco – perché non possiamo mai avere il sindaco? Il Pci morirà con questo rimpianto e nel 1985, quando Giannotti si candida, Ducci avrà la meglio.
Quel risultato sarà la conferma che l’area elettorale di Ducci andava ben oltre i recinti di Psi e Pci e che il sindaco era il vero valore aggiunto. Per i suoi legami con la città e, come affermava la destra, probabilmente anche per un triangolo di alta qualità tra Comune, Banca Etruria e Camera di commercio. Tre “istituzioni”, tre uomini: Ducci, Faralli, Madiai. Chi ha lavorato con Ducci nega ruoli decisionali sia a questo rapporto che alla massoneria ma è difficile pensare che il dialogo tra questi tre leader storici non abbia prodotto idee e progetti.
La vittoria del 1985 è comunque il canto del cigno di Ducci. Altri dirigenti sono alla guida del Psi, ad iniziare da Mauro Seppia e, un passo indietro, da Roberto Maggi e Valdo Vannucci. Nel partito matura l’idea di spostare Ducci in Regione ma lui non accetta e, testardamente, non vuol lasciare campo libero a Vannucci nelle elezioni del 1990. Perderà così la sua ultima battaglia, lasciando il Comune nella consiliatura chiusa nel 1995.
Morirà il 22 novembre dello stesso anno. Lo ricorderà così, il giorno dopo, il caposervizio de La Nazione di Arezzo, Mario D’Ascoli: “Ducci è stato un sindaco mitico che in 23 anni di impero ha accumulato tanti meriti, uno in particolare. Chi, se non lui, guidò la radicale trasformazione di una città che da agricola è diventata industriale? Ducci, la sua Arezzo l’ha amata in modo viscerale, esaltandone giustamente la laboriosità e criticandone, forse altrettanto giustamente, l’ignoranza da botoli ringhiosi”.





