Il papa nomina un vescovo che viene dalle periferie del mondo e che conobbe il buio di un bagagliaio
Ariel Piccini Warschauer.
La storia della Chiesa, a volte, sembra ricalcare le parabole più audaci del Vangelo, quelle dove gli ultimi scavalcano le gerarchie del mondo per farsi testimoni di una speranza nuova. La nomina di Evelio Menjívar-Ayala a vescovo ausiliare di Washington, decisa da Papa Francesco (non Leone, come erroneamente riportato da alcune cronache distratte, quasi a voler evocare un’epoca di restaurazione che non appartiene a questo pontificato), è uno di quei segni dei tempi che non si possono ignorare.
Il nuovo presule, 55 anni, originario di El Salvador, non porta solo la croce pettorale, ma le cicatrici invisibili di chi ha attraversato il confine tra la vita e la morte. La sua biografia è un’epopea moderna: arrivò negli Stati Uniti da immigrato irregolare, nascosto nel bagagliaio di un’auto. Conosce l’odore della polvere, la paura del buio e l’umiliazione di chi deve nascondersi per esistere.
Dalla polvere all’altare
Quello di Menjívar-Ayala non è un “sogno americano” in chiave religiosa, ma una missione che affonda le radici nella sofferenza del suo popolo. Prima di salire all’altare, ha lavorato come operaio edile e addetto alle pulizie, pagandosi gli studi con il sudore della fronte.
“La fede non è un’astrazione”, sembra dire la sua stessa vita, “ma la forza che ti permette di restare umano quando il mondo ti tratta come un carico illegale”.
La sua nomina arriva in un momento di profonda lacerazione politica negli Stati Uniti. Il vescovo salvadoregno non ha mai fatto mistero della sua posizione riguardo alle politiche migratorie restrittive. Ha usato parole durissime per descrivere i piani di espulsione di massa e le retoriche incendiarie della politica, definendole una vera e propria “campagna di shock e terrore” contro le comunità più vulnerabili.
Una Chiesa “Ospedale da Campo”
Per Avvenire, questa notizia non è solo cronaca ecclesiale. È la conferma di una visione di Chiesa che si fa “ospedale da campo”. Menjívar-Ayala incarna perfettamente il profilo del pastore con “l’odore delle pecore”, specialmente di quelle pecore che vivono nell’ombra, minacciate dai raid della polizia di frontiera e dalla retorica dell’esclusione.
La sua voce si leverà ora dai pulpiti della capitale statunitense non solo per celebrare la liturgia, ma per ricordare che la dignità umana non dipende da un visto sul passaporto. L’accoglienza è un imperativo morale, non un’opzione politica. La Chiesa è, e deve rimanere, il santuario di chi non ha casa.
In un’epoca di muri e fili spinati, il Papa sceglie un uomo che quei muri li ha saltati, non per sfida, ma per necessità. Monsignor Menjívar-Ayala sa cosa significa essere “l’altro”. E proprio per questo, oggi, è la guida più credibile per una comunità che cerca di ritrovare la propria anima nel volto dello straniero.





