Shabbat e 25 aprile coincidono quest’anno, le comunità ebraiche scelgono il silenzio della preghiera
Ariel Piccini Warschauer.
Quest’anno, il calendario propone un corto circuito che è anche un invito alla riflessione profonda: il 25 aprile cade di sabato. Per le comunità ebraiche italiane, questo significa una scelta di campo precisa: non esserci. Non per disinteresse, né per un passo indietro storico, ma per la fedeltà a quel Shabbat che, come ricorda Rav Roberto Della Rocca sulle colonne del Corriere, è ciò che ha “custodito gli ebrei” molto più di quanto gli ebrei non abbiano custodito il sabato.
La resistenza del silenzio
Mentre le piazze si preparano al consueto rito di slogan e bandiere, il mondo ebraico si ferma. È una “pausa attiva” che sfida l’ossessione del fare e del dimostrare. In un’epoca in cui la partecipazione politica sembra misurarsi solo con i decibel dei megafoni, la scelta del mondo ebraico rivendica una libertà diversa: quella di essere prima di apparire.
Ma c’è un retrogusto amaro che Rav Della Rocca non nasconde e che tocca un nervo scoperto della nostra attualità. Negli ultimi anni, la presenza ebraica al 25 aprile — quella della Brigata Ebraica, dei combattenti che la Libertà l’hanno conquistata col sangue — è stata troppo spesso oggetto di contestazioni, fischi e tentativi di marginalizzazione. Un paradosso storico brutale: chi ha contribuito a liberare l’Italia si trova a dover difendere il proprio diritto di sfilare contro chi, magari, ottant’anni fa stava dalla parte degli aguzzini.
Il rischio del “carnevale” ideologico
L’analisi del Rabbino si fa sferzante quando descrive la mutazione delle celebrazioni della Liberazione. Il rischio è evidente: che il 25 aprile si trasformi in un “confuso palcoscenico caricaturale” con slogan vuoti al posto della riflessione storica e contrapposizioni ideologiche che surriscaldano il clima o miscugli impropri di memorie che finiscono per dividere anziché unire.
In questo scenario di “rumore” identitario, lo Shabbat introduce una discontinuità necessaria. Ci ricorda che la libertà non è un evento che si esaurisce in una data sul calendario, ma un percorso interiore.
Far uscire l’Egitto da noi stessi
Citando un celebre insegnamento rabbinico, Della Rocca ammonisce: «È stato più facile uscire dall’Egitto che far uscire l’Egitto da dentro noi stessi». È qui che l’articolo lancia la sfida più dura alla coscienza civile del Paese. Dichiararsi antifascisti a parole è facile; esserlo nei fatti, eradicando le logiche dell’intolleranza e della semplificazione, è un’altra storia.
“Il fascismo è stato sconfitto solo nei fatti storici o anche nelle coscienze?”
Si chiede il Rabbino. Una domanda che risuona potente di fronte a certe derive del dibattito pubblico attuale, dove l’esclusione dell’altro e il pregiudizio sembrano aver cambiato colore ma non sostanza.
Una libertà che non è mai definitiva
L’assenza delle comunità ebraiche dalle manifestazioni di quest’anno, dunque, non è una sottrazione, ma un valore aggiunto. È il richiamo a una memoria che non accetta baratti e che rifiuta le semplificazioni dei professionisti della piazza.
Forse, suggerisce Della Rocca, il modo più autentico per celebrare la Liberazione non è quello più rumoroso. In un sabato di silenzio e preghiera, il mondo ebraico darà all’Italia una lezione di dignità: la libertà si custodisce con la coerenza della propria identità, non con il volume dei propri slogan.





