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Per il deficit pubblico di poco superiore al 3% del Pil l’Italia sorvegliata speciale in Europa

Per via di un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil,scrive Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, l’Italia resterà nel 2026 «sorvegliata speciale» in Europa, come altri 10 Paesi. In passato, superare il 3% obbligava a ridurre subito il deficit con austerità, aggravando le recessioni. Oggi le regole del patto di Stabilità sono cambiate: conta soprattutto la spesa pubblica, non il deficit. Se questo aumenta per effetto di una recessione e non per maggiori spese, non è considerato un’infrazione; se invece dipende da spese oltre il previsto, va corretto gradualmente. Il deficit italiano (3,1%) deriva da spese di anni precedenti, legate soprattutto ai super bonus edilizi, contabilizzate nel 2025. La Commissione europea ha comunque ritenuto che vi sia una violazione, ma trattandosi di un’anomalia contabile destinata a scomparire, non richiede correzioni immediate. Si tratta quindi di questioni contabili più che economiche. Resta tuttavia una responsabilità del ministero dell’Economia, che avrebbe dovuto prevedere meglio tali spese o mantenere un margine di sicurezza nel bilancio. Anche altri Paesi non si preoccupano troppo della procedura di infrazione. Il vero problema non è il deficit, ma il debito e soprattutto la credibilità. Un debito elevato non è necessariamente destabilizzante, ma lo diventa se i mercati perdono fiducia. Per rafforzarla, è necessario intervenire sulla spesa pensionistica, adeguando l’età pensionabile all’aspettativa di vita. I tentativi in questo senso si sono però scontrati con resistenze politiche, indebolendo la credibilità del governo. A ciò si aggiunge l’incertezza normativa, come nel caso degli incentivi agli investimenti, modificati più volte, creando sfiducia e rallentando consumi e investimenti. Il secondo problema è quindi la crescita: stagnante, limita le entrate fiscali e impedisce la riduzione del rapporto debito-Pil. Servono politiche orientate allo sviluppo, non bonus, per rafforzare strutturalmente l’economia, anche di fronte a crisi geopolitiche ed energetiche.

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