La svastica al Wanda e Siviglia è macchiata dal nero dei neonazisti
Ariel Piccini Warschauer.
Nella finale di Coppa del Re, la curva dell’Atlético Madrid mette in scena l’ennesimo show di iconografia neonazista. Dietro il folklore calcistico, si nasconde la tolleranza sistemica di un club e di una federazione che non vogliono recidere il cordone ombelicale con l’estrema destra nostalgica del franchismo e sedotta dalla simbologia nazista.
Non è stato il “calcio del popolo” a vincere ieri sera a Siviglia. Mentre sul rettangolo verde Real Sociedad e Atlético Madrid si contendevano la Copa, sugli spalti del settore colchonero andava in scena una rappresentazione plastica di ciò che la Spagna democratica non è ancora riuscita a estirpare con buona pace del primo ministro socialista: il fantasma del fascismo che si fa stadio, coro e minaccia.
Le immagini che circolano in rete non lasciano spazio a interpretazioni benevole. Braccia tese, croci celtiche e vessilli che richiamano esplicitamente il suprematismo bianco e il neo-nazismo. Non è un caso isolato, non è “una mela marcia”. È il ritorno di fiamma del Frente Atlético, una delle sacche più reazionarie e violente del tifo organizzato europeo, che da decenni gode di una zona d’ombra garantita da una dirigenza spesso troppo distratta o benevola.
Quello che preoccupa non è solo l’estetica dell’odio, ma la normalizzazione del fenomeno. In una Spagna che attraversa tensioni sociali fortissime e un ritorno prepotente della destra identitaria nelle istituzioni, lo stadio diventa il laboratorio protetto dove sperimentare la tenuta democratica del Paese. Com’è possibile che simboli vietati dalle leggi sulla memoria democratica entrino indisturbati in una finale nazionale in mondovisione? La retorica del “No alla politica”, spesso usata per mettere a tacere le rivendicazioni sociali o antifasciste, questa retorica diventa un paravento per permettere alle simbologie di estrema destra di proliferare senza ostacoli.
L’Atlético Madrid, squadra storicamente legata alle classi popolari ma con una curva egemonizzata da gruppi d’ordine e di estrema destra, riflette il paradosso di un calcio che ha venduto l’anima al mercato senza però ripulire i propri scantinati ideologici.
Il calcio non è mai “solo una partita”. È lo specchio dei rapporti di forza di una società. E ieri, a Siviglia, il riflesso rimandato è stato quello di una Spagna che fa ancora fatica a fare i conti con l’eredità del franchismo e le sue evoluzioni più oscure.
Non bastano i comunicati di circostanza della Liga. Serve una bonifica politica e culturale che parta dalle curve e arrivi ai palazzi del potere sportivo. Finché una svastica potrà essere sventolata impunemente tra un coro e l’altro, il pallone continuerà a rotolare verso un passato che speravamo sepolto. Per l’antifascismo, la partita resta apertissima. E non si gioca solo per novanta minuti.





