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Uno non vale uno e Schlein non è Conte

Maria Lavia su Linkiesta replica a un articolo di Michele Serra su La Repubblica. «Dalle nostre parti prima viene la politica. Poi viene il leader. E il leader non è un “capo”. È il responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato». 

L’ingenuità di Michele Serra è tenera come la notte di Scott Fitzgerald. Ma non solo la firma di Repubblica, sta suonando questa canzone facile facile: l’importante è il programma, il leader/premier deve solo applicarlo. Non conta chi sia: è tutto scritto e approvato dagli elettori. Bell’ipocrisia. Come se ci volesse molto a capire che non sarebbe stata la stessa cosa se ad «applicare il programma» fosse stato Bersani o Renzi (2013) o Schlein o Conte (oggi) e via dicendo. 

Siamo passati da decenni di teorizzazioni secondo le quali il leader era tutto ad adesso che è praticamente un amministratore delegato. Il Pd stesso è nato come partito del leader, non a caso automaticamente candidato premier, con il nome nel simbolo, eccetera eccetera. La personalizzazione in politica e una realtà inscalfibile oggi come ieri, più di ieri. Il Pd lo scrisse a caratteri d’oro in sintonia con una fase storica, a destra come a sinistra, imbevuta di cultura presidenzialistica e di pratica ultra-mediatica. 

Era la risposta alla crisi dei partiti tradizionali. E oggi si passa alle esagerazioni opposte. O forse si fa finta di ritenere secondaria la questione della leadership per eludere il problema vero. Cioè il fatto che nel cosiddetto campo largo esistono soggetti molto diversi. A meno che non si ritenga che siamo già al partito unico Pd-M5s: in questo caso certo che le primarie, o qualunque altra forma di competizione, sarebbero inutili.

Uno non vale uno e Schlein non è Conte

Il tuono di Elbit sul fronte Nord,

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