Netanyahu come l’araba fenice, Time lo incorona tra i 100 più influenti del mondo
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre a sinistra si preparavano già le celebrazioni per il suo funerale politico, Benjamin Netanyahu ha fatto quello che gli riesce meglio: è risorto. Non è una novità per il “Re Bibi”, ma la conferma arrivata oggi dal prestigioso magazine TIME – che lo ha inserito per la quinta volta nella lista dei 100 uomini più influenti della Terra – ha il sapore di una definitiva consacrazione internazionale, proprio nel momento di massima pressione.
La rivincita dopo il baratro
Il profilo tracciato da Ian Bremmer per il numero del 2026 non usa giri di parole. Solo due anni fa, dopo il tragico 7 ottobre, Netanyahu sembrava un leader al tramonto, schiacciato dal peso del più grave fallimento di sicurezza nella storia d’Israele. Eppure, oggi TIME lo descrive come l’uomo che ha orchestrato un “ritorno politico che potrebbe aver superato persino quello di Donald Trump”.
Non è solo una questione di sondaggi interni, che lo vedono nuovamente in forte ascesa, ma di fatti dimostrati sul campo. La distruzione dell’infrastruttura di Hezbollah, i colpi chirurgici contro il programma nucleare di Teheran nella fulminea “Guerra dei 12 giorni” e la determinazione nel riportare a casa gli ostaggi hanno trasformato la percezione del premier: da “colpevole” a “politico indispensabile”.
L’uomo che nessuno può ignorare
Netanyahu è un pragmatico che naviga in acque agitate avendo comunque per bussola l’interesse nazionale. E TIME conferma questa analisi, definendolo “l’uomo che nessuno può ignorare, che si sia d’accordo con lui o meno”. La sua capacità di resistere alle pressioni dell’amministrazione americana, pur mantenendo salda l’alleanza strategica con Washington, lo pone in una categoria a parte rispetto ai leader europei spesso troppo timidi e usi al voltafaccia con Washington.
Certo, il magazine americano non risparmia critiche, parlando di un’opinione pubblica internazionale “avvelenata” dalle durezze del conflitto. Ma per Netanyahu, la vera partita si gioca sulla sopravvivenza dello Stato ebraico. La sua inclusione nella “Top 100” insieme a giganti come Xi Jinping e lo stesso Trump (e persino Papa Leone XIV) certifica che il Medio Oriente passa ancora, inevitabilmente, dal suo ufficio di Gerusalemme.
Il peso dell’eredità
Mentre le piazze continuano a dividersi, Netanyahu tira dritto per la sua strada. Il suo obiettivo è chiaro: ridefinire gli equilibri regionali per i prossimi decenni. La lezione del 2026 è che Benjamin Netanyahu non è solo un sopravvissuto, ma il catalizzatore di un nuovo ordine mediorientale. Gli avversari si mettano l’anima in pace: la storia, piaccia o no, continua a scriverla lui, con buona pace di un’Europa sempre assente sulla scena politica internazionale.





