L’urlo di Pahlavi: “Torno in Iran ma l’Occidente non ci lasci soli”
Ariel Piccini Warschauer.
La sua è una voce che oggi parla di futuro. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, è tornato a far sentire il suo peso politico nel cuore delle istituzioni italiane. Il messaggio è limpido, quasi una scossa elettrica per le diplomazie europee spesso troppo timide: il regime degli Ayatollah è al tramonto, e il popolo iraniano è pronto per il “gran finale”.
In un’intervista che scuote il panorama internazionale, Pahlavi non usa giri di parole. “Sono pronto a tornare”, dichiara con la fermezza di chi vede nel collasso del sistema teocratico l’unica via d’uscita per un Medioriente in fiamme. Per Pahlavi, la repressione sanguinosa iniziata a gennaio non ha spento la rivoluzione; l’ha resa irreversibile.
Mentre i palazzi del potere a Teheran tremano sotto il peso delle sanzioni e del dissenso interno, l’erede al trono lancia una sfida all’Europa: smetterla con il “dialogo a ogni costo con il regime degli ayatollah” e schierarsi, senza ambiguità, dalla parte della società civile iraniana.
Il parallelismo storico è servito. Pahlavi cita il sostegno occidentale a Walesa in Polonia e a Mandela in Sudafrica come modelli di quello che dovrebbe accadere oggi per l’Iran. Non si tratta di invocare una guerra esterna, ma di sostenere una “liberazione nazionale” che sta già avvenendo nelle strade, nelle piazze e persino tra le fila di quei militari che iniziano a disertare.
“L’identità del regime è ormai solo militare: nucleare, missili, terrorismo. Il popolo invece cerca la vita.”
La visione di Pahlavi non si ferma alla caduta del regime, ma guarda al “giorno dopo”. Una transizione inclusiva, non violenta, capace di riportare l’Iran nel consesso delle nazioni civili. Un Iran che, invece di esportare instabilità e droni, diventi un partner energetico e strategico per l’Europa, liberandola dal ricatto delle autocrazie.
Il tempo dei tentennamenti è finito. La domanda che Pahlavi pone all’Italia e all’Europa è brutale nella sua semplicità: volete continuare a negoziare con una dittatura paramilitare o volete investire sul desiderio di libertà di 90 milioni di iraniani? La risposta, tra le righe dell’intervista, appare come l’unica scelta morale e geopolitica possibile.





