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Perché il governo ha sostituito i vertici di Leonardo

Sull’avvicendamento ai vertici di Leonardo, che vede uscire l’attuale ad Roberto Cingolani ed entrare Lorenzo Mariani, da Mbda, e il presidente Stefano Pontecorvo sostituito da Francesco Macrì, merita qualche ulteriore considerazione. Andrea Gilli su StarMag scrive.

Il governo poteva gestire molto meglio la questione dal punto di vista della comunicazione. È suo diritto nominare i vertici e quindi, anche per anticipare le critiche, avrebbe potuto illustrare più chiaramente le ragioni delle sue scelte.

Stupisce però l’intensità del dibattito di questi due giorni, nel quale sono state dette una serie di assurdità senza senso. Tra le tante, il Governo avrebbe sostituito Cingolani su pressione degli Stati Uniti, in quanto il Michelangelo Dome non sarebbe ben visto e il caccia di sesta generazione Gcap di Leonardo farebbe concorrenza all’F-35.

Sul primo punto, manca un piccolo tassello: Michelangelo Dome, ad oggi, non ha generato adesioni concrete o una massa critica comparabile ad altre iniziative europee. Nel frattempo, è già stata lanciata un’alternativa, la European Sky Shield Initiative, che include Albania, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria e Regno Unito. In altre parole, se gli Stati Uniti avessero avuto interesse a esercitare pressioni, il tema riguarderebbe semmai iniziative con una reale trazione politica e industriale, non progetti che faticano ancora a consolidarsi.

C’è poi un piccolo particolare: Michelangelo Dome vorrebbe funzionare come una sorta di “Uber” della difesa anti-aerea, permettendo a differenti sistemi hardware di operare insieme. Tecnologicamente può anche essere plausibile. Ma politicamente, quanto è realistico che Paesi come Germania o Regno Unito si integrino in un sistema sviluppato da un Paese terzo che, in ultima istanza, ne controlla l’architettura?

Sul secondo punto, abbiamo già acquistato l’F-35, un aereo di quinta generazione operativo da oltre un decennio. Non è quindi chiaro in che modo un eventuale caccia di sesta generazione, ancora in fase di sviluppo, possa rappresentare un problema immediato.

C’è poi un aspetto più rilevante: il tema delle relazioni con gli Stati Uniti. Leonardo è presente nel mercato americano tramite Leonardo DRS, in un contesto in cui operano le più grandi aziende della difesa al mondo. È legittimo interrogarsi su quanto pesino le dinamiche transatlantiche, ma immaginare interventi diretti e ultimativi rischia di semplificare eccessivamente una realtà fatta piuttosto di incentivi industriali, accesso al mercato e interoperabilità.

C’è inoltre un elemento spesso trascurato: il peso di Leonardo Drs. Drs vale in borsa circa 12 miliardi di dollari, mentre Leonardo capitalizza circa 32 miliardi di euro e ne controlla il 72%. Qualsiasi scenario che mettesse a rischio in modo sostanziale questa presenza negli Stati Uniti avrebbe conseguenze rilevanti sull’equilibrio industriale e finanziario del gruppo. Anche per questo, il rapporto con il mercato e le istituzioni americane va letto in termini strutturali, più che attraverso ipotesi di pressioni episodiche.

Come detto ieri, sotto Cingolani Leonardo ha avuto una performance molto positiva, superiore all’indice di riferimento. Non è solo merito suo, ma certamente è anche merito suo. Nessuno può criticarmi di anti-capitalismo, ma credo qui sia necessario chiarire un punto essenziale. Il governo deve massimizzare il ritorno sugli investimenti o fare gli interessi strategici del Paese? Nel primo caso, il governo sarebbe una sorta di fondo di investimento. Nel secondo, deve mettere la sicurezza nazionale prima dei ritorni economici. Io non ho modo di valutare nel dettaglio le politiche dell’attuale governo, ma capiamoci su cosa significhi massimizzare il ritorno nel settore difesa: in astratto, vorrebbe dire espandere le vendite anche verso attori problematici, inclusi potenziali avversari, che potrebbero poi utilizzarle contro di noi.

È un esempio limite, ma serve a chiarire il trade-off. Tutto ciò ci porta all’ultimo punto. Un’azienda della difesa esegue quanto i suoi committenti chiedono. Più che criticare il mancato rinnovo di Cingolani, c’era (ed è ancora) spazio per discutere la politica di difesa dell’attuale governo. Questo dibattito però si è visto poco. L’attuale governo ha puntato su un aumento significativo della produzione industriale e Leonardo, di conseguenza, ha avviato una serie di accordi e acquisizioni. Tuttavia, a quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, a fronte di una performance finanziaria estremamente solida, questo non sembra essersi ancora tradotto in un aumento proporzionato e visibile della produzione. Per dare un termine di paragone, nello stesso periodo, nuove realtà come la tedesca Helsing — fondata nel 2021 — hanno raggiunto valutazioni che arrivano al 40% della capitalizzazione di Leonardo producendo droni e capacità operative.

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