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Harry e il paradosso della sua fondazione che si rivolta contro il suo creatore

Ariel Piccini Warschauer.

C’eravamo tanto amati, verrebbe da dire, se non fosse che qui, tra le austere mura della High Court (l’ Alta Corte di Londra) e i profumi d’Africa che ancora lambiscono il ricordo di quella che fu l’opera più nobile del Principe ribelle, la faccenda ha preso ancora una volta, la piega stantia e velenosa delle carte bollate.

Il paradosso è servito, e stavolta ha il sapore amaro del fiele. Harry, il Duca di Sussex, l’uomo che ha fatto della lotta contro i mulini a vento dei tabloid la sua ragione di vita, si ritrova ora sul banco degli imputati proprio per mano della sua “creatura”, quella Sentebale fondata vent’anni fa nel nome della madre Diana e del comune impegno con il principe Seeiso del Lesotho. Non è più la stampa “cattiva” a inseguirlo, ma lo spettro di una diffamazione che egli stesso avrebbe orchestrato contro la sua stessa ONG.

Un cortocircuito reale

La notizia, piombata nel plumbeo aprile londinese come un fulmine a ciel sereno, ci racconta di un’azione legale senza precedenti. L’accusa è pesante come un mantello di ermellino bagnato: Harry e il suo fidato scudiero di un tempo, Mark Dyer — uomo che per il giovane principe fu una sorta di secondo padre dopo la tragica scomparsa di Lady D — sono indicati come i “registi” di una campagna mediatica volta a screditare la dirigenza dell’associazione.

Il pomo della discordia? La gestione interna, quella governance che tanto piace agli avvocati e così poco ai sognatori e ai benefattori delle ONG. Al centro del ring troviamo la Dr.ssa Sophie Chandauka, l’avvocatessa di ferro che dal 2023 regge le sorti di Sentebale e contro la quale Harry avrebbe puntato i piedi, fino alle dimissioni clamorose dello scorso anno.

Veleni e “Royal Cyber-bullying”

L’ONG non usa mezzi termini: parla di “vague de cyberharcèlement”, un’ondata di fango digitale che avrebbe travolto partner e finanziatori. È singolare, vedere Harry accusato di quegli stessi metodi — la pressione mediatica, il discredito pubblico — che egli ha sempre imputato alla “Ditta” di Buckingham Palace.

Il Duca, dal canto suo, fa sapere tramite i suoi portavoce californiani (con quel tono di chi cade dal pero ma con eleganza) che l’associazione farebbe meglio a occuparsi dei bambini del Lesotho piuttosto che foraggiare gli avvocati. Un consiglio saggio, se non fosse che la miccia, a quanto pare, l’ha accesa proprio lui.

Un tour australiano sotto la pioggia (legale)

Mentre i legali affilano le penne, Harry e Meghan si preparano a volare verso l’Australia. Melbourne li attende, ma l’eco di questo scontro fratricida con il proprio passato filantropico rischia di oscurare i sorrisi di circostanza e i look d’ordinanza della Duchessa.

Il punto è sempre lo stesso: Harry sembra non riuscire a svestire i panni della vittima, anche quando è lui a muovere l’attacco. Ma attaccare Sentebale significa, in un certo senso, attaccare l’ultimo ponte rimasto intatto con l’eredità morale di sua madre. E a Londra, nei corridoi del Palazzo, c’è già chi scuote la testa mormorando che, a forza di gridare al lupo contro la reputazione altrui, il Principe finisca per vedere la propria ridotta a un cumulo di macerie.

Vedremo se la giustizia britannica, che Harry frequenta ormai con la stessa assiduità di un socio del White’s, saprà distinguere tra la difesa di un’opera benefica e l’ennesimo capitolo di una vendetta personale che non sembra conoscere confini.

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