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La tregua tra Usa e Iran non ferma i jet di Tel Aviv, è strage in Libano

Ariel Piccini Warschauer.

Il paradosso mediorientale si consuma in una manciata di ore: da un lato la diplomazia globale che sventola la bandiera bianca di un accordo storico tra Washington e Teheran; dall’altro il fragore delle esplosioni che riducono al silenzio Beirut. Nonostante i segnali di distensione tra gli Stati Uniti e la nuova leadership iraniana, la guerra tra Israele e Hezbollah non solo non si ferma, ma subisce un’escalation senza precedenti.

Apocalisse a Beirut: ospedali al collasso

Il bilancio che giunge dalla Croce Rossa libanese è drammatico: più di 300 persone tra morti e feriti in un solo mercoledì di fuoco. L’aviazione israeliana ha martellato la periferia sud, la famigerata Dahiyeh, cuore pulsante del “Partito di Dio”. Le immagini che arrivano dai quartieri popolari della capitale descrivono una città ferita a morte, con decine di civili ancora intrappolati sotto le macerie di palazzi sventrati. Gli ospedali, già provati da mesi di conflitto, sono ormai “al collasso”, mentre il ministro della Salute libanese lancia un grido d’allarme rimasto, per ora, inascoltato.

Il pugno di ferro di Tel Aviv

Se qualcuno sperava che il cessate il fuoco tra USA e Iran potesse fare da scudo al Libano, ha fatto male i conti con la determinazione del Gabinetto di guerra israeliano. Il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, è stato categorico: “Continueremo a colpire Hezbollah senza sosta. Non scenderemo a compromessi sulla sicurezza dei residenti del nord”.

Non sono solo parole. Quella di stanotte è stata definita la “più grande operazione coordinata” dall’inizio dell’offensiva di marzo: oltre 100 obiettivi sensibili centrati, tra centri di comando, depositi di armi e infrastrutture logistiche dei miliziani sciiti. Per Israele, la partita con il “braccio armato” dell’Iran non si chiude con un trattato diplomatico firmato a migliaia di chilometri di distanza.

L’azzardo di Trump e la minaccia dell’uranio

Sullo sfondo, si muove la diplomazia muscolare di Donald Trump. Con un post su Truth Social, il tycoon ha celebrato quello che definisce un “Regime Change molto produttivo” a Teheran, aprendo a un possibile allentamento delle sanzioni e dei dazi in cambio della rinuncia totale all’atomica.

Ma il bastone resta ben visibile dietro la carota. Il Segretario alla Difesa Hegseth ha inviato un ultimatum che non lascia spazio a interpretazioni: “L’Iran ci consegnerà il suo uranio arricchito, o andremo a prendercelo noi”. Una linea durissima che punta a neutralizzare definitivamente la minaccia nucleare persiana, mentre la regione resta una polveriera: i droni iraniani hanno già colpito gli oleodotti sauditi e infrastrutture negli Emirati e in Kuwait come ritorsione per gli attacchi subiti alle proprie raffinerie.

Un equilibrio fragilissimo

Mentre l’Europa (Francia e Germania in testa) invoca disperatamente l’attuazione del cessate il fuoco anche in terra libanese, Hezbollah ordina ai suoi di non arretrare e ai civili di non tornare verso sud. In Israele, alcune città del centro come Ramat Gan provano a riaprire le scuole per giovedì, cercando una parvenza di normalità sotto la cupola di ferro dell’Iron Dome.

La realtà, però, è che il “grande accordo” tra le superpotenze non ha ancora spento l’incendio sul campo. Il Libano brucia, e la sensazione è che la resa dei conti tra Israele e i proxy di Teheran sia appena entrata nella sua fase più cruenta.

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