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Il nuovo volto di Israele, se il lavoro israeliano cede il passo ai visti dall’Asia

Ariel Piccini Warschauer.

Nel quartiere di Katamon, dove le case in pietra calcarea raccontano la storia della borghesia gerosolimitana, la signora Smadar si è fermata davanti al banco frigo del supermercato Machsanei Hashuk. Cercava un’informazione su un’offerta, ma la risposta non è arrivata nella lingua dei profeti, né nel dialetto arabo dei vicini di un tempo. Il ragazzo con la pettorina verde che stava rifornendo gli scaffali l’ha guardata con cortesia smarrita: arrivava dalla Thailandia, non parlava una parola di ebraico e ignorava cosa fosse un prodotto glatt kosher (rappresenta uno standard di certificazione alimentare ebraica particolarmente rigoroso ndr).

Non è un episodio isolato, ma il sintomo di una metamorfosi profonda. Israele, il Paese nato sull’ideale dell’Avoda Ivrit — il lavoro ebraico che doveva riscattare il popolo attraverso il sudore della fronte e il legame fisico con la terra promessa— sta cambiando pelle. E lo sta facendo sotto la pressione di una guerra che ha reciso, forse per sempre, il cordone ombelicale che legava l’economia israeliana alla manodopera palestinese.

Prima di quel sabato nero, oltre 150.000 lavoratori palestinesi attraversavano ogni giorno i check-point per costruire i grattacieli di Tel Aviv o raccogliere i pomodori nel Negev. Da quel giorno, i cancelli si sono chiusi per motivi di sicurezza, lasciando interi settori in apnea. L’edilizia è paralizzata, l’agricoltura soffre.

Ma la vera novità è che il vuoto non viene colmato dai giovani israeliani. Nonostante i sussidi e gli appelli al patriottismo economico, le nuove generazioni di Sabra  (gli ebrei nati in Israele) preferiscono i condizionatori dei centri hi-tech alle impalcature o alle corsie di un supermercato. Il “lavoro sporco” non è più parte del DNA dell’identità nazionale, come non lo è più per le nuove generazioni nate in Occidente.

La soluzione del governo Netanyahu è pragmatica: un massiccio piano di importazione di manodopera straniera. Si parla di centinaia di migliaia di visti pronti per lavoratori in arrivo da Sri Lanka, India, Thailandia e Uzbekistan. Non sono più solo le badanti o i raccoglitori di frutta; ora i migranti asiatici entrano nel cuore del settore dei servizi, nel commercio al dettaglio, nella logistica urbana.

È un modello che ricorda da vicino quello delle monarchie del Golfo, come il Qatar o gli Emirati: una società stratificata dove una cittadinanza altamente specializzata e militarizzata delega il funzionamento materiale dello Stato a una classe di lavoratori temporanei, privi di legami politici o sociali con il territorio.

«Forse il sogno sionista si sta adattando», commentano con una punta di amarezza gli osservatori locali. L’utopia di un Israele autosufficiente, capace di generare la propria classe operaia, sembra svanire definitivamente. Se un tempo l’integrazione — pur conflittuale — dei palestinesi nel mercato del lavoro rappresentava un legame economico di coesistenza forzata, oggi quel legame è sostituito da un contratto di outsourcing transcontinentale e a tempo.

Per i clienti di Katamon, l’assenza di una lingua comune tra chi compra e chi vende è solo un piccolo fastidio logistico. Per lo Stato d’Israele, invece, è la prova di una mutazione genetica: un Paese che, per sopravvivere alla guerra e mantenere il suo benessere, sta diventando un’isola tecnologica servita da un esercito di invisibili in arrivo dall’altra parte del mondo. Il volto di quel ragazzo thailandese tra le corsie del Machsanei Hashuk è, oggi, il nuovo specchio di Gerusalemme

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