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Venti di guerra totale nel Golfo, gli Emirati pronti a forzare lo Stretto di Hormuz

Ariel Piccini Warschauer.

Il Grande Gioco del Medio Oriente ha superato il punto di non ritorno. Mentre il cielo sopra il Golfo Persico si oscura per il fumo degli incendi agli impianti di raffinazione petrolifera, la geopolitica della regione subisce una mutazione storica: gli Emirati Arabi Uniti, tradizionalmente cauti nel bilanciare diplomazia e deterrenza, sono ora pronti a scendere in campo come parte attiva in un conflitto aperto contro Teheran al fianco di Stati Uniti e Israele.

Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, la petromonarchia avrebbe avviato una massiccia offensiva diplomatica per persuadere gli Stati Uniti e i partner internazionali a liberare lo Stretto di Hormuz «con ogni mezzo necessario». Non si tratta più solo di scorte armate alle petroliere, ma di una vera e propria operazione di sfondamento militare per riaprire il polmone energetico del mondo, attualmente nella morsa delle minacce iraniane. Le pressioni emiratine mirano a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizzi l’uso della forza. I diplomatici di Abu Dhabi hanno già sondato le cancellerie di Washington, Europa e Asia per formare una coalizione internazionale. «Il regime iraniano è convinto di combattere per la propria sopravvivenza ed è disposto a trascinare con sé l’economia globale», ha dichiarato un funzionario emiratino, sottolineando come il Paese sia già pronto a contribuire con operazioni di sminamento e supporto logistico.

La proposta degli Emirati va però oltre la semplice navigazione: Abu Dhabi avrebbe chiesto agli Stati Uniti di occupare le isole strategiche nello Stretto, a partire da Abu Musa, sotto il controllo di Teheran da mezzo secolo ma rivendicata dagli Emirati. Una mossa che trasformerebbe il Golfo in un campo di battaglia frontale.

Mentre la diplomazia cerca legittimità internazionale, la realtà sul campo parla la lingua delle esplosioni. Nelle ultime ore, uno sciame di droni iraniani ha colpito l’aeroporto internazionale del Kuwait, centrando i depositi di carburante e innescando un incendio colossale. Un attacco «palese», lo ha definito Abdullah Al-Rajhi, portavoce dell’aviazione civile kuwaitiana, che fortunatamente non ha provocato vittime ma ha paralizzato lo scalo.

La risposta dell’asse USA-Israele non si è fatta attendere. Raid massicci hanno colpito il cuore industriale dell’Iran: danneggiate le acciaierie di Isfahan e i complessi siderurgici nel sud-ovest del Paese. Le unità produttive della Mobarakeh Steel Company, gigante dell’economia persiana, sono state pesantemente colpite, segnando una strategia volta a colpire non solo i siti militari, ma le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico di Teheran.

Dallo Studio Ovale, Donald Trump ostenta una sicurezza incrollabile. «L’operazione militare si concluderà in due, forse tre settimane», ha dichiarato il Presidente, assicurando che gli Stati Uniti lasceranno l’Iran «molto presto». Secondo Trump, la pressione economica e militare porterà Teheran al collasso immediato: «Vogliono l’accordo più di quanto lo vogliamo noi». Ma mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ventila la necessità di «riesaminare il rapporto USA-Nato» in questo nuovo scacchiere, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei rilancia.

In un messaggio inviato al nuovo leader di Hezbollah, Naim Qassem, Khamenei ha ribadito la totale fiducia nelle capacità della milizia sciita di «sventare i piani di Israele» in quello che definisce un momento cruciale della resistenza. Una resistenza che però costa carissima: dall’inizio dell’operazione di terra israeliana nel sud del Libano, si contano quasi 1.300 morti, tra cui molti bambini.

Il conflitto continua a colpire duramente i civili. Un ultimo bilancio degli attacchi missilistici iraniani contro il centro di Israele riporta 25 feriti; tra loro, un bambino di 10 anni e una bambina di 11 sono in condizioni critiche a Bnei Brak. Con oltre 6.000 feriti dall’inizio delle ostilità, la società israeliana vive in uno stato di allerta permanente, mentre il Ministero della Salute conferma che la pressione sugli ospedali è ai massimi storici.

Il mondo guarda ora allo Stretto di Hormuz. Se la coalizione invocata dagli Emirati dovesse concretizzarsi, la «guerra lampo» promessa da Trump potrebbe trasformarsi in uno scontro navale senza precedenti, con conseguenze imprevedibili per l’ordine mondiale.

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