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Energia, gli interventi di emergenza ci allontanano da soluzioni strutturali

Pia Saraceno su InPiù parla del caroenergia. Gli interventi di emergenza del governo su caro energia e riduzione delle forniture di gas qatarino perseverano nell’allontanarci dalle soluzioni strutturali. Nessuna azione al momento è stata presa per indurre comportamenti più attenti nei consumi, invece ancora una volta si è scelto di rimangiarsi le promesse di incentivi per gli investimenti in efficienza ed in rinnovabili. Con il decreto Transizione 5.0 del luglio 2024, si erano infatti stanziate risorse, seppure modeste,  per investimenti da completare entro il 2025. Se ne era poi ridimensionata la portata per esaurimento dei fondi già in novembre. Ora per liberare risorse anche per aiutare industrie energy intensive, si e’ tagliato del 65% il credito d’imposta promesso con effetto retroattivo invocando vincoli di bilancio. Ma perché non si utilizzano maggiormente gli introiti dell’Ets per accelerare gli interventi per ridurre la nostra dipendenza dai fossili?  E’ bene ricordare inoltre che se si fossero rispettati gli impegni presi con il PNIEC  avremmo potuto affrontare la riduzione delle importazione dal Qatar e gli alti costi del gas con minor preoccupazione.  “ECCO Climate”?fornisce una quantificazione di una parte delle occasioni perdute calcolando come potremmo fare a meno di 4,5 Miliardi di metri cubi, pari al 70% del GNL che compriamo dal Qatar ( 6,4 miliardi di mc all’anno). Meta’ sarebbe  risparmiato se gli investimenti in rinnovabili fossero  in linea con 10GW promessi all’anno (contro i  6GW all’anno degli ultimi 5 anni); il 12,5% del risparmio verrebbe dalla riduzione dei consumi civili (che è stata come altri interventi invece ritardato dal mancato recepimento della direttiva sulle abitazioni); il 10% se lo  sviluppo del biometano fosse in linea con le indicazioni del PNIEC; un altro 10% potrebbe essere ottenuto dai guadagni di efficienza derivante dell’elettrificazione dei consumi. In aggiunta ai risparmi possibili, il venir meno delle forniture qatarine per circa un 1 miliardo di mc potrebbe essere poi essere compensato con la riduzione delle perdite sulle reti algerine e libiche. 
 
La Confindustria ha condiviso finora l’approccio ai rinvii dell’attuazione del Green Deal giustificandolo con la necessità di proteggere la competitività dei settori coinvolti e diluire nel tempo i cosiddetti costi della transizione. Adesso alza la voce per la riduzione del credito d’imposta alle imprese per investimenti che nell’analisi costi benefici risulteranno assai più redditizi di quanto non si potesse calcolare un anno fa. Sarebbe però contenta se si rivedesse drasticamente o sospendere il sistema ETS che dovrebbe accelerare la transizione verso processi produttivi più sostenibili. Per prendere decisioni più meditate e meno contradditorie è necessario che tutti gli attori rivedano l’approccio alla valutazione dei “supposti” costi della transizione meditando sui maggiori costi dovuti ai rinvii. I benefici di sistema dell’uscita dalle fonti fossili sono infatti sottovalutati e non solo nella quantificazione dei danni ambientali evitati, di molto superiori comunque agli investimenti necessari per sostituire capitale produttivo non completamente ammortizzato. Si è mai calcolato il costo economico e sociale della mancata crescita e maggiore inflazione derivante dalle ripetute crisi energetiche? Le scelte di politica energetica hanno tenuto conto dei rischi impliciti nel mantenere la dipendenza dai fossili? Una politica industriale ed ambientale più lungimirante, coerente e stabile aiuterebbe le imprese ad effettuare scelte di più lungo periodo anche senza incentivi.  

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