L’azzardo di Trump e l’angoscia di Netanyahu
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre il Medio Oriente e i mercati occidentali restano sospesi sul filo di una guerra regionale, la narrativa della “vittoria imminente” comincia a mostrare le prime crepe. Secondo un’analisi dei servizi israeliani, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e il neoeletto Presidente Donald Trump si trovano davanti a un paradosso strategico: l’escalation contro l’Iran, promessa come risolutiva, rischia di trasformarsi in un gioco di specchi dove i bersagli scarseggiano e i colpevoli di un eventuale fallimento sono già stati scelti.
L’esercito israeliano ha colpito duramente, ma la strategia della “pressione massima” militare si scontra con una realtà tecnica: la saturazione dei target. Una volta neutralizzate le difese aeree e colpiti i siti di produzione missilistica, cosa resta? Israele si avvicina a quello che gli analisti chiamano “esaurimento dei bersagli”. Senza una chiara via d’uscita politica, ogni ulteriore attacco rischia di essere un esercizio di pura distruzione senza un obiettivo strategico di lungo termine.
Donald Trump ha alzato i toni, minacciando un’escalation senza precedenti. Tuttavia, il suo obiettivo dichiarato – il crollo del regime teocratico di Teheran – appare oggi più lontano che mai.
Nonostante le sanzioni e i raid, il regime iraniano non mostra segni di collasso imminente.
Se l’avventurismo militare non dovesse produrre i risultati sperati (ovvero la capitolazione dell’Iran), Trump e Netanyahu avrebbero bisogno di qualcuno a cui addossare la colpa. Il rischio è che la retorica della guerra serva più a scopi politici interni che a una reale sicurezza regionale.
Teheran: Tra Attesa e Pragmatismo
Dall’altra parte, i leader iraniani osservano con cautela. Non sembrano entusiasti di proseguire un conflitto diretto che logora le loro infrastrutture, ma non mostrano nemmeno fretta di scendere a patti. Mentre gli Stati Uniti accelerano i preparativi per nuove operazioni militari, Teheran gioca la carta della resistenza passiva, scommettendo sulla riluttanza dell’opinione pubblica americana ed europea a farsi trascinare in un nuovo Vietnam nel Golfo.
“La vittoria non si misura solo dai danni inflitti al nemico, ma dalla capacità di trasformare quei danni in una nuova stabilità. Al momento, l’asse Trump-Netanyahu sembra avere solo la prima parte del piano.”
La transizione a Washington e le pressioni interne a Israele creano una finestra di estrema volatilità. Il rischio è che, in assenza di una strategia diplomatica, l’unica risposta possibile rimanga l’aumento dell’intensità del fuoco, con conseguenze imprevedibili per l’intero scacchiere globale.





