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Nessuna miope esultanza di segno corporativo, è l’invito di Magistratura Democratica dopo la vittoria al referendum

Dopo la vittoria del no nel referendum, la magistratura – che è una realtà riflessiva – dovrà ragionare a lungo tanto sulla vicenda istituzionale che oggi si chiude quanto sui molti problemi della giustizia che restano aperti ed irrisolti. Lo scrive Nello Rossi, direttore della rivista online di Magistratura Democratica, in un lungo articolo nel quale, al di là di qualche tono forte, merita un’attenta riflessione perché ammette alcuni problemi della giustizia. Ecco l’ultima parte del suo pensiero.

C’è da dolersi che, per effetto del referendum, l’attenzione della politica, della magistratura e dei cittadini sia stata così a lungo distolta dai temi cruciali della giurisdizione: la lunghezza dei processi penali e civili, la costante disattenzione per la giustizia civile, la farraginosità delle procedure, i ritardi nell’innovazione tecnologica, le questioni del personale. 

E’ ora di tornare a lavorare in queste direzioni facendo proposte ed accettando il confronto aperto sulle cose che nella giustizia non funzionano e che devono essere cambiate. 

Anche se ci sono molte e comprensibili ragioni di sollievo per l’esito del referendum non potrà esserci, tra i magistrati, nessuna miope esultanza di segno corporativo. 

Il perché del sollievo è facile da capire. 

Non ha prevalso la vergognosa falsificazione della storia della magistratura, rappresentata come un eterno caso Palamara. Contro la verità ed a dispetto delle tante innovazioni propugnate e volute dagli stessi magistrati per rendere più trasparente la giurisdizione: dalla pubblicità del processo disciplinare ai meccanismi di assegnazione automatica degli affari, dalla tutela dell’indipendenza interna all’attuazione rigorosa del principio del giudice naturale. 

Non ha convinto la maggioranza dei cittadini la rappresentazione caricaturale del governo autonomo della magistratura, concepito solo come un “nominificio” e visto come luogo di permanenti “scambi”, occulti e vergognosi. Una caricatura così grottesca che allontana dal percepire i reali difetti – che pure vi sono – nel funzionamento di un organo come il CSM che non si limita a nominare, ma amministra, organizza, consiglia, tutela, giudica. 

Non ha attecchito il disprezzo per i gruppi associativi, sprezzantemente definiti dalla presidente del Consiglio come la “mala pianta” delle correnti sulle orme del suo maestro repubblichino, Giorgio Almirante che per primo, nel 1971, presentò una proposta di legge di revisione costituzionale per introdurre il sorteggio dei membri togati del CSM. 

Infine non è passata, tra i più, l’immagine più ingannevole e truculenta venduta nel corso della campagna di una magistratura che “libera arbitrariamente i colpevoli” e “tiene in galera altrettanto arbitrariamente gli innocenti”, sbagliando sempre e comunque a danno dei cittadini, vittime designate di una giustizia impazzita. 

Detto questo, sbaglia di grosso chi ha sostenuto che una vittoria del no scatenerà “deliri di onnipotenza” o alimenterà l’orgoglio corporativo dei magistrati. 

Al contrario occorrerà prestare la massima attenzione alle ragioni di insoddisfazione verso il servizio giustizia ed alle critiche di tutti i cittadini (anche i più convinti della riforma ora naufragata) mostrando che la magistratura non è un grumo corporativo, non è una casta ma un insieme di persone che ricavano la loro legittimazione dalla preparazione professionale e dalla dedizione ad un difficile lavoro. 

Dopo una campagna referendaria nella quale non sono mancati toni feroci e distruttivi ci sono macerie da rimuovere e c’è un popolo da cui occorre ottenere una rinnovata attestazione di fiducia. 

Perché è su questa fiducia che si fonda la giurisdizione. 

Nessuna miope esultanza di segno corporativo, è l’invito di Magistratura Democratica dopo la vittoria al referendum

Tra un piatto e l’altro si discute

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