L’ombra dello Yemen su Tel Aviv, lanciato il primo missile dopo la tregua
Ariel Piccini Warschauer.
Il fischio delle sirene è tornato a squarciare il silenzio del sud di Israele, ma questa volta la minaccia non è arrivata dai tunnel di Gaza. A lanciare la sfida è stato il “fronte lontano”, quello yemenita, che ha rotto mesi di relativa calma balistica seguita all’ultima fragile tregua tra Israele e Hamas.
Le milizie Houthi, braccio armato dell’Iran alle porte del Mar Rosso, hanno rivendicato il lancio di un missile terra-terra diretto verso il territorio israeliano. Secondo le autorità militari di Tel Aviv, il vettore è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea prima che potesse causare vittime o danni significativi. Tuttavia, il valore dell’attacco è tutto politico e strategico: è il segnale che il conflitto si sta allargando, trasformandosi da scontro regionale a una guerra diretta che vede Teheran come fulcro e i suoi “proxy” come punte di lancia.
Il ricatto degli insorti
«Non resteremo a guardare se l’escalation contro l’Iran e l’Asse della Resistenza continuerà», ha dichiarato un portavoce del gruppo Ansar Allah da Sana’a. Il messaggio è chiaro: lo Yemen è pronto a entrare a pieno titolo nel conflitto se Israele dovesse proseguire le sue operazioni mirate contro i vertici delle Guardie Rivoluzionarie o contro le infrastrutture iraniane.
Come riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, l’intelligence di Tel Aviv monitora con crescente preoccupazione l’arsenale Houthi, che negli ultimi mesi è stato rimpinguato con tecnologia iraniana sempre più sofisticata: droni a lungo raggio e missili capaci di percorrere i 1.600 chilometri che separano lo Yemen dal porto di Eilat.
Il ruolo di Teheran
L’attacco arriva in un momento di estrema fragilità diplomatica. Mentre i mediatori internazionali tentano faticosamente di stabilizzare la tregua a Gaza, il coinvolgimento dei Houthi rischia di far saltare il banco. Per il governo di Benjamin Netanyahu, la minaccia yemenita è un rompicapo strategico: rispondere duramente significherebbe aprire un nuovo fronte a migliaia di chilometri di distanza, mentre non rispondere potrebbe essere interpretato come un segno di debolezza di fronte alla strategia del “cerchio di fuoco” orchestrata dall’Iran.
Scenari aperti
Negli uffici del ministero della Difesa a Tel Aviv, il dibattito è acceso. Haaretz sottolinea come Israele stia valutando diverse opzioni per fermare i lanci dallo Yemen, che includono sia raid aerei mirati sui porti di Hodeidah – già colpiti in passato – sia una pressione diplomatica indiretta tramite gli Stati Uniti.
Ma il timore dei cittadini del sud è che questo sia solo l’inizio. «Abbiamo sentito l’esplosione in lontananza», racconta un residente di una cittadina nel Negev. «Pensavamo che la tregua ci avrebbe dato pace, ma ora capiamo che la guerra è ovunque intorno a noi».
La parola passa ora alla diplomazia, ma con il rumore dei missili che torna a coprire quello dei negoziati, lo spettro di un conflitto regionale che inghiotte il Medio Oriente si fa sempre più concreto.





