La lezione del referendum ai magistrati, ai politici di destra, centro e sinistra
InPiù ha dedicato al referendum sulla giustizia una riflessione di buon senso.
Come spesso è successo nella storia della nostra repubblica, gli italiani si esprimono, nel momento del voto, in modo difficilmente prevedibile. Purtroppo, siamo a corto di interpreti del sociale all’altezza della complicata situazione attuale. Fidandosi dei sondaggi, nessuno aveva previsto l’alta affluenza, che ha poi favorito la vittoria dei no. Guai ora a non dare il giusto peso a quanto avvenuto. Innanzitutto, ciò vale per i magistrati. Lo scampato pericolo dovrebbe suggerire una significativa revisione di comportamenti che comunque poco meno della metà degli italiani, votando si, ha ritenuto poco confacenti alla loro funzione. Potrebbero prestare maggiore attenzione nel formulare le accuse, evitare il protagonismo, far rientrare le correnti nell’alveo dell’associazionismo ideale, al di fuori di logiche spartitorie. I partiti, nel loro insieme,dovrebbero riflettere sui tanti giovani “elettoralmente astensionisti” che sono tornati al voto solo per punire la politica e far pendere la bilancia a favore della magistratura.
L’opposizione è bene che non confonda i votanti contro una riforma costituzionale ambigua e pasticciata, come un’area di consenso elettorale verso una coalizione ancora priva di una credibile identità e che non condivide i meccanismi per cementarne l’alleanza, E, infine, l’esito del referendum può offrire insegnamenti anche al governo caduto nella trappola di una gestione poco trasparente del potere, come molte volte è avvenuto nella prima e secondarepubblica. La fedeltà non può essere l’unico parametro nel selezionare una classe dirigente. Né la difesa a oltranza anche degli indifendibili, alla lunga garantisce stabilità. In definitiva, l’esito del referendum suggerisce a tutti i protagonisti delle istituzioni un profondo ripensamento sulle condotte da adottare.





