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Calma e gesso, il voto del referendum non è sovrapponibile all’esito delle elezioni politiche

Huffington Post getta un po’ di acqua fredda sull’entusiasmo del Campo largo.

Il quotidiano diretto da Mattia Feltri scrive: Non vi fate illusioni a centrosinistra, lo dice anche l’Istituto Cattaneo, nella sua consueta analisi post voto (e sembra percepirlo con una estrema dose di realismo, Elly Schlein): il voto di ieri non è sovrapponibile ad un futuro esito alle politiche tra un anno o un anno e mezzo se si rispetta la scadenza naturale. E anche se tutti i No dovessero andare al campo largo, sognare a centrosinisrra non costa nulla, la maggioranza sarebbe risicata, molto relativa. 

“Se si volessero usare i risultati del referendum come un ‘predittore del voto’ dovrebbero essere almeno corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati”, spiega la nota del Cattaneo. L’istituto illustra una mappa in cui “riporta i risultati del referendum nei collegi uninominali della Camera, mostrando il distacco in punti percentuali tra il Sì (inteso come predittore del voto al centrodestra, dunque corretto assumendo una ripresa della partecipazione tra gli elettori di Centrodestra del 10%) e il No (come predittore del voto al Campo largo). I collegi che, sulla base di questo esercizio puramente illustrativo, vedrebbero prevalere il Campo largo con almeno 5 punti percentuali di distacco sarebbero 69; quelli in cui prevarrebbe il centrodestra con lo stesso margine sarebbero 49. Negli altri 29 il margine è così ridotto che, se anche il voto per il Sì e per il No fossero degli ottimi predittori, dovremmo considerarli contendibili. Con la confluenza degli elettorati di centrosinistra e M5s, la geografia del voto assumerebbe caratteristiche già intraviste nelle elezioni regionali, con la destra che prevale al Centro e al Nord e la sinistra che prevale al Sud, nella ex Zona Rossa e in generale nei grandi centri urbani”, conclude il Cattaneo.

La nota sottolinea la particolarità della massiccia presenza nelle urne degli elettori di centrosinistra e del fisiologico astensionismo di quelli di centrodestra. Cioè, non è disaffezione politica, anche se in alcuni contesti c’è stato il cosiddetto voto divergente. Che, però per il Cattaneo è minimo, “sia da una parte sia dall’altra, con una sola eccezione degna di nota: nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra. Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici”. Mentre si sono divisi gli elettori di Azione-Iv: in circa i due terzi hanno votato Sì, un terzo ha votato No. L’altro aspetto, che però non può essere sovrapponibile in ottica di politiche, è la minore astensione dell’elettoratro M5s rispetto alle politiche del 2022. “Gli elettori che nel 2022 avevano votato per il M5S – scrive il Cattaneo -. hanno partecipato al referendum in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024 e al ciclo delle regionali, quando il loro tasso di astensione rispetto alle politiche era stato intorno al 30%. Dunque, in occasione del referendum costituzionale, anche l’elettorato del M5S ha risposto in misura molto elevata alla campagna di mobilitazione del partito”. 

Ma per sgombrare il campo sui sogni di gloria che qualcuno nel centrosinistra comincia già a fare guardando alle politiche, ci sono due elementi da prendere in considerazione. Uno ce lo offre sempre l’analisi del Cattaneo: “Assumendo che il maggiore astensionismo tra gli elettori di centrodestra non sia politicamente motivato, possiamo dire, che se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più”. Quindi, il risultato sarebbe stato incertissimo.

Ci sono, però, altri dati già noti su cui riflettere pensando al Campo largo. I No sono 14 miloni 461mila 336. Vent’anni fa l’Unione vinse le elezioni con uno scarto risicatissimo sul centrodestra, ma con 19 milioni di voto e qualche migliaio, con l’alleanza guidata da Berlusconi poco sotto quella cifra. Epoca lontanissima, così come l’esito del 2008  con il Pd, Idv e altri che superarono i 14 milioni di voti, perdendo. I raffronti più recenti offrono spunti più laconici per Schlein e soci. Nel 2022, ultime politiche, il centrosinistra prese 7 milioni e 340mila voti. I 5s in solitaria raccolsero 4 milioni e 335mila voti, in una fase discendente che solo da poco si è arrestata. La somma è eloquente. Al momento non si possono aggiungere i 2 milioni e passa di voti di Azione-Iv, allora uniti e comunque non si arriverebbe a 14 milioni e mezzo. Con il centrodestra che, al contrario, sia nel 2018, sia nel 2022, andò sopra i 12 milioni e rotti di voti, gli stessi, semplificando, raccolti dal sì. E nel 2022 la percentuale di votanti era molto vicina a quella del referendum, 63,9%. 

In un mondo come l’attuale dove conviviamo inusitatamente con due guerre che ci riguardano da vicino (e con tutte le altre che non vediamo) e che mai avremmo considerato possibili, le cose cambiano alla velocità della luce. Per cui, al di là dei numeri del passato e delle letture del presente, tra un anno tutto è possibile.

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