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Nordio blindato da Meloni e il ministro indica nell’Anm la vera vincitrice del referendum

Ariel Piccini Warschauer.

La batosta referendaria lascia segni profondi, ma non abbatte le mura di via Arenula. All’indomani del voto che ha visto il fronte del “No” prevalere con il 53,23%, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio si presenta ai microfoni di Sky Tg24per un’operazione di “auto-analisi” politica che sa tanto di trincea.

Nordio non si nasconde dietro un dito, almeno per quanto riguarda la gestione della campagna elettorale. “Mi assumo la responsabilità politica della sconfitta”, esordisce il Ministro, riconoscendo che la macchina comunicativa del centrodestra si è inceppata su tecnicismi che non hanno fatto breccia nel cuore dei cittadini.

“Cosa non ha funzionato? Errori di impostazione e di comunicazione, anche miei. Non siamo riusciti a spiegare che questa riforma non era un attacco ai giudici, ma un regalo ai cittadini.”

Tuttavia, il riconoscimento del fallimento si ferma un istante prima delle dimissioni. Nonostante il pressing delle opposizioni, il Guardasigilli è categorico: “Non mi dimetto. Il mandato elettorale del 2022 resta intatto e la missione di riformare la giustizia prosegue, anche se con un percorso diverso.

Il passaggio più politico dell’intervista riguarda il ruolo della magistratura associata. Per Nordio, se c’è un trionfatore in questa domenica di urne, non è tra i banchi del Parlamento. “L’Anm è la vera vincitrice”, scandisce il Ministro, lasciando intendere che il peso del sindacato delle toghe sia stato determinante nello spostare gli equilibri dell’opinione pubblica, alimentando quello che via Arenula considera un “conservatorismo giudiziario” insormontabile.

Dalle parti del Nazareno, la lettura è opposta. Elly Schlein parla di “lezione di democrazia” da parte di un elettorato che ha percepito la riforma come “punitiva e sbilanciata”. Anche il Movimento 5 Stelle rincara la dose, definendo le parole di Nordio come l’ennesimo tentativo di scaricare la colpa sui magistrati anziché riflettere sul merito di norme giudicate pericolose per l’indipendenza del potere giudiziario.

Il Governo Meloni si trova ora davanti a un bivio. Se da un lato la Premier ha blindato il suo Ministro, dall’altro la sconfitta elettorale indebolisce il pilastro della separazione delle carriere. Il rischio, per la maggioranza, è che il “No” popolare diventi un macigno difficile da aggirare nel prosieguo della legislatura costringendo il Governo ad un rimpasto. 

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