Notte di fuoco in Medio Oriente, missili su Tel Aviv
Ariel Piccini Warschauer.
Il Medio Oriente è scivolato in quella spirale che la diplomazia internazionale ha cercato, invano, di scongiurare per mesi. Nella notte, una pioggia di missili balistici partiti dal territorio iraniano ha squarciato i cieli del centro di Israele. Le sirene hanno ululato da Tel Aviv fino alle colline della Giudea, mentre le batterie di difesa Arrow e David’s Sling entravano in azione con una violenza mai vista prima.
Nonostante l’alto tasso di intercettazioni, alcuni vettori hanno superato lo scudo difensivo. Detriti e frammenti sono caduti in zone densamente popolate; la polizia israeliana parla di “miracolo” per l’assenza di vittime dirette, ma il bilancio dei feriti per attacchi di panico e traumi da schegge supera il centinaio. Ad Arad, nel sud, si registrano i danni più pesanti alle infrastrutture civili.
L’attacco non è rimasto confinato ai confini israeliani. La geografia del conflitto si è espansa drammaticamente in poche ore: Riad ha confermato di aver attivato i propri sistemi di difesa, intercettando droni iraniani diretti verso la Provincia Orientale. Un segnale chiaro del coinvolgimento, anche se difensivo, delle monarchie del Golfo. In Kuwait, la guerra si è fatta sentire attraverso i blackout. I detriti di droni abbattuti hanno centrato le linee di alta tensione, lasciando ampie zone del Paese al buio. In Iraq, le basi delle milizie sciite filo-iraniane (PMF) sono state bersaglio di raid aerei mirati. Sei combattenti, tra cui un alto comandante di Anbar, sono rimasti uccisi. Le fonti locali attribuiscono l’azione all’aviazione statunitense, impegnata a neutralizzare le rampe di lancio prima che potessero colpire obiettivi occidentali.
Mentre i missili solcavano il cielo, si consumava un surreale scambio diplomatico. Teheran e il Cairo hanno fatto sapere di essere in “consultazione permanente”. È il doppio binario iraniano: colpire con forza per ristabilire la deterrenza, ma mantenere aperto un canale di comunicazione con i vicini arabi per evitare che l’incendio diventi una guerra regionale totale che coinvolga direttamente l’Egitto.
La domanda che ora scuote il governo Netanyahu, riunito d’urgenza nel bunker del ministero della Difesa, è una sola: la risposta di Israele sarà “simbolica” o mirerà al cuore del programma nucleare iraniano? La notte è finita, ma il giorno che sorge su Gerusalemme non è mai stato così incerto.





