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L’azzardo del Mossad: “Un anno per far cadere il regime di Teheran”

Ariel Piccini Warschauer.

Nelle ore sospese che hanno preceduto l’apertura delle ostilità, mentre i caccia con la Stella di Davide scaldavano i motori e le batterie antimissile venivano portate in stato di massima allerta, il capo del Mossad, David Barnea, ha consegnato al gabinetto di guerra un’analisi che oggi, a conflitto aperto, assume il peso di una scommessa esistenziale. Non si trattava di stabilire se il regime degli Ayatollah sarebbe caduto, ma quando.  

Secondo quanto abbiamo appreso da fonti di intelligence, Barnea ha tracciato diversi scenari temporali, una sorta di “calendario della rivolta” influenzato dall’intensità dei raid aerei e dalla capacità di colpire i centri nevralgici del potere. Sebbene esistessero proiezioni più ottimistiche – un collasso rapido entro pochi mesi – la stima ritenuta «più probabile» dal capo del servizio segreto israeliano indicava una finestra di dodici mesi. Un anno per trasformare le crepe interne in un crollo strutturale.  

Il piano del Mossad

Il ragionamento di Barnea non si basava solo sulla forza d’urto dei missili, ma su una complessa operazione di “chirurgia politica”. L’obiettivo dichiarato era la decapitazione della leadership e il sistematico indebolimento degli apparati di repressione, in primis i Pasdaran. L’idea di fondo: se il braccio armato del regime viene mutilato e le sue comunicazioni interrotte, il “meccanismo della paura” che tiene in scacco la piazza iraniana finisce per incepparsi.

Barnea avrebbe spiegato a Netanyahu che il Mossad, insieme alla CIA, era pronto a «galvanizzare l’opposizione interna», trasformando il malcontento economico e sociale in una ribellione coordinata. Tuttavia, il capo dell’intelligence non ha nascosto le incognite, parlando di una situazione «in evoluzione» e soggetta a variabili imprevedibili.  

Le critiche e il fattore tempo

Oggi, però, quell’ottimismo iniziale è sotto attacco. Fonti anonime – che alcuni attribuiscono all’entourage di Netanyahu o alla stessa Difesa – accusano il Mossad di aver dipinto uno scenario troppo roseo per spingere il governo e l’alleato americano (l’amministrazione Trump) verso l’opzione militare.

I critici sottolineano che nonostante i colpi durissimi, l’apparato di sicurezza sembra tenere. La Cina starebbe aiutando Teheran a ricostruire rapidamente le capacità balistiche, allungando i tempi di un eventuale logoramento. La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema ha irrigidito ulteriormente il sistema, rendendolo, se possibile, ancora più autoritario.  

La strategia del logoramento

Barnea resta fedele alla sua linea del «morte per mille tagli» (death by a thousand cuts), una strategia di logoramento costante iniziata già sotto il governo Bennett. Ma la realtà del campo è più complessa delle slide presentate nei bunker di Tel Aviv. Se la scommessa di Barnea risulterà corretta, lo vedremo solo tra un anno. Nel frattempo, la guerra prosegue, e il rischio è che il tempo non lavori a favore di chi ha iniziato a contare i giorni.  

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