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L’ombra del Cremlino sul Danubio, il doppio gioco di Budapest

Ariel Piccini Warschauer.

Le spie non amano il rumore, ma a Budapest il silenzio è diventato assordante. Le rivelazioni del Washington Post, rimbalzate nelle cancellerie europee come un segnale d’allarme a lungo ignorato, squarciano il velo su una realtà che l’intelligence occidentale sussurrava da tempo: il governo di Viktor Orbán non è solo un partner difficile, ma un terminale aperto verso Mosca.

Al centro del dossier ci sono le comunicazioni tra il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, e il veterano della diplomazia russa, il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov. Non si tratterebbe di semplice cortesia diplomatica o della ricerca di un canale di mediazione con un partner strategico. Secondo i documenti intercettati, Szijjártó avrebbe agito come un “vero e proprio osservatore avanzato”.

L’accusa è pesante: aggiornamenti in tempo reale sui consessi europei, dettagli sulle posizioni dei partner Ue e, cosa ancor più grave, anticipazioni sulle strategie di Bruxelles riguardo al dossier ucraino e alle sanzioni. In gergo tecnico, una compromissione della catena di comando politica con ripercussioni sulla sicurezza europea. Mentre i leader dei Ventisette discutevano a porte chiuse a Bruxelles, i contenuti di quelle discussioni viaggiavano su linee sicure verso il Cremlino, filtrati dagli uffici di Budapest.

Ma l’inchiesta va oltre le telefonate. Emerge la figura di Tigran Garibian, accreditato come diplomatico ma identificato dai servizi come uomo dell’SVR, lo spionaggio estero russo. Garibian non si sarebbe limitato a raccogliere informazioni; avrebbe coordinato una complessa operazione di influenza interna, utilizzando i media vicini a Orbán per colpire l’opposizione e, in particolare, la figura di Péter Magyar.

L’Ungheria di oggi appare come la Vienna della Guerra Fredda: un crocevia dove le intelligence si incrociano, ma con una differenza fondamentale. Se allora l’Austria era un cuscinetto neutrale, oggi l’Ungheria è un membro della NATO e dell’Unione Europea.

Il rischio per l’Europa è duplice: La fuga di notizie sensibili mette a nudo le vulnerabilità dei sistemi di comunicazione tra i partner. E se Budapest diventa il megafono di Mosca, ogni decisione collettiva viene sabotata prima ancora di nascere.

A Bruxelles il clima è di aperta sfiducia. La domanda che circola nei corridoi del Berlaymont non è più se l’Ungheria stia collaborando con la Russia, ma fino a che punto questa collaborazione abbia compromesso la sicurezza collettiva. Orbán nega, parla di “fake news” e attacchi alla sovranità, ma i fatti — e i tabulati — dicono altro. La “cortina di ferro” non esiste più, ma a Budapest qualcuno sembra aver deciso di riaprire un varco. E il varco guarda verso Est.

L’ombra del Cremlino sul Danubio, il doppio gioco di Budapest

E già c’è chi dice che è

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