L’azzardo di Trump, un patto con l’Iran per Hormuz
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre il mondo guarda ai missili che solcano i cieli del Medio Oriente, c’è un altro fronte, invisibile e ben più decisivo, dove il destino della regione si sta giocando a colpi di diplomazia sotterranea. La notizia, filtrata tra i corridoi del potere e rilanciata da fonti di intelligence, ha del clamoroso: Donald Trump avrebbe già teso la mano all’Iran, proponendo nientemeno che una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz. Un “condominio” tra Washington e Teheran per mettere in sicurezza il rubinetto del petrolio mondiale.
Ma c’è di più. Secondo le indiscrezioni, a condurre i giochi per la Repubblica Islamica non sarebbe un diplomatico di carriera, ma Mohammad-Bagher Ghalibaf. L’attuale speaker del Parlamento, uomo dell’apparato di sicurezza, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, è lui il volto del “nuovo corso” che parla sottobanco con l’odiato nemico americano, il “grande satana”.
Il ragionamento di Trump è, come sempre, dirompente e privo di fronzoli accademici. Per il tycoon, inutile continuare a invocare il “regime change” a Teheran. Perché? Semplice: secondo lui è già avvenuto. Non nelle piazze, non con i carri armati, ma nel collasso interno di un sistema che non riesce più a tenere insieme ideologia e sopravvivenza economica. Trump scommette sul pragmatismo della disperazione. Sa che i mullah, con l’economia in ginocchio e l’ombra di Israele sempre più vicina, sono pronti a vendersi l’anima pur di restare a galla.
L’idea di un controllo condiviso dello Stretto di Hormuz è il classico “deal” alla Trump: trasformare una zona di guerra permanente in un asset commerciale. Se gli americani e gli iraniani gestiscono insieme il passaggio delle petroliere, nessuno ha più interesse a sparare. È la fine dell’asse della resistenza o solo un’astuta mossa tattica? La scelta di Ghalibaf come interlocutore non è casuale. Rappresenta quella parte dell’establishment iraniano che ha capito che il tempo delle preghiere in piazza contro il “Grande Satana” è scaduto. Ghalibaf è un pragmatico con la divisa, uno che sa che senza un accordo con l’Occidente, l’Iran rischia di implodere sotto il peso delle sanzioni e della rabbia interna.
Certo, la notizia fa tremare le cancellerie europee, rimaste a guardare il treno che passa, e mette in allarme Israele, che teme un nuovo “abbraccio mortale” tra USA e Iran. Ma per Trump, la rotta è tracciata: se il regime è già caduto dentro se stesso, tanto vale trattare con chi tiene le chiavi dei pozzi.
Resta da vedere se i guardiani del dogma a Teheran accetteranno di ammainare la bandiera dell’odio ideologico in cambio della sopravvivenza. Ma se Ghalibaf è davvero al tavolo con gli uomini di Trump, significa che il Medio Oriente che conoscevamo è già finito nei libri di storia. E il futuro si scrive nel petrolio del Golfo, con buona pace degli ayatollah più intransigenti.





