#CULTURA #TOSCANA

Medici nella storia lucchese, Mario Tobino e gli altri

Roberto Pizzi.

Traendo spunto dalla fiction televisiva “Libere donne” in programmazione  sulla Rai 1, con la quale  si narra  la storia dello psichiatra e scrittore Mario Tobino, mi sono proposto di ricordare,  secondo una mia arbitraria scelta,  una serie di medici, nei loro contesti storici e  sociali  lucchesi, che più mi sono sembrati degni di non essere abbandonati alle acque del Lete. Sono partito da lontano, tratteggiando la figura di Simone Simoni, medico filosofo che assomigliò a Giordano Bruno, senza però arrivare ai suoi eccessi. Per il secolo dei Lumi ho ricordato  Lazzaro Papi, medico, letterato e soldato dell’esercito coloniale inglese, in India alla fine del ’70; Luigi  Torello Pacini,  partecipe del  V  Congresso degli Scienziati italiani, svoltosi  a Lucca nel 1843. Ho ricordato, poi, i medici che si impegnarono nella vaccinazione antivaiolosa a Lucca. Per quanto riguarda il primo Risorgimento, ho citato i nomi di Giuseppe BelluominiTommaso Paoli e Michele Carducci, il padre del poeta Giosuè. Per i medici dell’età giolittiana ho nominato Edoardo Bonardi, padre della medicina sociale, Arturo Guarneri e Umberto Romagnoli, anch’essi medici innovatori. Infine, ho citato diversi medici ricollegabili al periodo della Resistenza in tutta la provincia: per la Garfagnana, Abdenago ColiDemetrio Messuti; per la Versilia, Tristano ZekanoskiCarlo Romboni, Pietro e Mario Lucchesi;  per la città di Lucca, Pietro PfannerEnea Melosi e  Frediano Francesconi.

La circolarità della ricerca mi ha riportato, alla fine, all’importante ospedale psichiatrico di Maggiano, da dove era partito il mio percorso, perché intorno a tale struttura si sono  intessute molte vicende che hanno ispirato la storia, la letteratura e la cinematografia. Concludo così cercando di lumeggiare altre due figure molto importanti: lo psichiatra, scrittore e poeta Mario Tobino e l’ultimo direttore del Manicomio, prima della liberazione dal nazifascismo, Guglielmo Lippi Francesconi.

Mario Tobino era nato a Viareggio il 16 gennaio 1910, da genitori liguri (la madre era di VezzanoLigure, il padre di Tellaro) e si era formato professionalmente a Pisa e a Bologna. Specializzato in neurologia e psichiatria, nel giugno del 1940 è in Libia,  medico militare al seguito delle truppe impegnate nella guerra in Africa (vi resterà fino all’ottobre del 1941 e tornerà in Italia a causa di una ferita). Nel 1942 arriva all’ospedale psichiatrico di Maggiano dove eserciterà la professione per quasi 40 anni. Parteciperà alla Resistenza dal marzo al settembre 1944, facendo nasconderepartigiani, curando i feriti, fornendo medicinali e contribuendo alla pianificazione di numerose azioni in Versilia, come racconta la nipote, Isabella Tobino, Presidente dell’omonima Fondazione.  Fatti che Tobino scrittore consegnerà, poi, alla letteratura novecentesca col romanzo Il Clandestino,1962 (premio Strega). Il 24 novembre del 1987 il Comune di Lucca, guidato dal Sindaco Piero Baccelli,  lo nominava cittadino onorario della città, in una seduta solenne dove si espressero anche delle  riserve di alcuni consiglieri per la posizione del medico sulla “legge Basaglia”, così chiamataimpropriamente, dal nome dello psichiatra e neurologo fondatore del movimento “Psichiatria democratica”, approvata dal Parlamento il 13 maggio 1978. In realtà la legge venne formulata dallo psichiatra democristiano Bruno Orsini, che accoglieva molte istanze di Basaglia, il quale però aveva proposto idee ancora più radicali. 

“Il Dott. Mario Tobino è fra le insigni personalità italiane, quella che attualmente più onora il proprio Paese”, recita la formula iniziale della concessione della cittadinanza onoraria.  Ed ancora: “….è noto soprattutto come scrittore di enorme sensibilità e raffinatezza lirica, con una vasta produzione di opere tradotte in lingue diverse”. La motivazione poi elenca la sua produzione letteraria, partendo con le poesie Amicizia e poi Veleno e amore, del 1934; cui seguirono il romanzo Il figlio del farmacista ed i racconti di mare L’angelo del Liponard. L’esperienza della guerra in Africa Settentrionale ispirarono Il deserto della Libia (1952); poi il già citato Il ClandestinoDall’esperienza di primario dell’ospedale psichiatrico nacquero Le libere donne di Magliano(1953)Per le antiche scale (Premio Campiello, 1972). Narrò la vita di Dante in Biondo era e bello e vinse il Premio Viareggio con  La bella degli Specchi. Tra le altre sue numerosissime opere spiccano gli  Ultimi giorni di Magliano (1982), scritto mentre la “legge Basaglia” sta smantellando il sistema manicomiale, con sua viva preoccupazione e Zita dei fiori (1986), che hanno entrambi per sfondo la sua amata Lucca, nonché Addio a un marinaioAscolta ragazzo la droga mai, L’asso di piccheBandiera neraLa brace dei BiassoliLa Crocerossina , Due italiani a ParigiEri un capitanoUna giornata con Dufenne,  La ladra,  Le mie parole forse non ti giungono (undici poesie), Il perduto amore,  Un politico innocente,  La passeggiata di ViareggioPassione per l’Italia,  Una vita di Castruccio degli Antelminelli. Infine, Il manicomio di Pechino (1990), resoconto in forma diaristica della sua breve esperienza come direttore del nosocomio tra il 1955 e il 1956, con cui vince il Premio Isola d’Elba. 

Ai romanzi di Tobino si sono ispirati anche alcuni film, quali: Scemo di guerra (1985) di Dino Risi e Le rose del deserto (2006) di Mario Monicelli (dal romanzo Il Deserto della Libia)Per le antiche scale, del 1975, diretto da Mauro Bolognini (con protagonista principale Marcello Mastroianni).

L’altro medico al quale rendere onore, in queste pagine, è Guglielmo Lippi, nato a Lucca nel 1898.Versatile culturalmente, in modo particolare nel disegno,  da giovane studente di medicina partecipava e vinceva il concorso per la realizzazione del primo manifesto ufficiale “Nel segno di Burlamacco”, del carnevale di Viareggio del 1925. Fu amico di Giacomo Puccini e di Giovanni Pascoli.Il padre di Guglielmo, anch’egli medico, era morto dopo poche settimane dal matrimonio,per una malattia contagiosa. La tragedia non venne dimenticata dagli  amici che rimasero sempre in contatto con la mamma. Puccini dedicò al piccolo Guglielmo, nato già orfano di padre, la ninna-nanna dal titolo “E l’uccellino” e  Pascoli compose dei versi sulla triste storia familiare.Adulto, Guglielmo aggiunse al suo cognome quello del secondo marito di sua madre, andando così a denominarsi  Lippi Francesconi. Laureatosi a Pisa nel 1926, intraprese velocemente la carriera medica diventando vice direttore della clinica psichiatrica “le Villine di Nozzano”, dove conobbe anche Lorenzo Viani. Nel 1936, quando il vecchio direttore Andrea Cristiani ed il  dr. Giuseppe Paoli, storiche colonne dell’ospedale, lasciavano il servizio per anzianità, la responsabilità dirigenziale  veniva assunta dal dott. Lippi Francesconi, che nel 1938 veniva nominato Primario del grande manicomio di Maggiano. Continuerà l’impostazione ereditata dalla precedente gestione, facendo trattare i pazienti “come persone da curare e non come pazzi da rinchiudere”, metodo e filosofia che sarà di esempio per i medici di altre nazioni. Pur cauto nei confronti del fascismo,distaccato dalla politica, finirà lo stesso per inimicarsi il capo del personale infermieristico che era anche un esponente di rilievo del Fascio della zona. E quando cadde Mussolini fece inserire nella bacheca dell’Ospedale un ordine del giorno con la sua firma, nel  quale invitava gli infermiere a continuare la loro missione umanitaria, testualmente scrivendo che: “La caduta senza gloria di un governo rovinoso” non doveva fare perdere di vista i doveri del personale. Nel settembre 1944 quando la situazione politica precipitò ulteriormente e iniziarono le rappresaglie, il Dott. Lippi Francesconi venne denunciato perché non partecipava alle riunioni fasciste. Informato di un mandato di cattura nei suoi confronti da parte del tribunale speciale,  si nascose inizialmente nelpaesino di Vecoli. Con lui la moglie, e i figli Pierluigi, Franco e Michele-Fausto. Sapendo di essere ricercato, decise di diluire il rischio di una   cattura lasciando a Vecoli la moglie col figlio più piccolo e rifugiandosi con Pierluigi e Franco nella Certosa di Farneta, vicino a Lucca. Ma la notte tra il primo e il 2  di settembre le SS irrompevano nel convento, catturando i frati e tutti i rifugiati, compiendo nei giorni successivi un massacro di civili e di religiosi.

Il 3 settembre il padre Guglielmo, Pierluigi ed il fratello Franco venivano incolonnati dai nazifascisti e a piedi portati al paese di Nocchi, poi con altre 14 persone, sempre a piedi, condottialla fortezza di Camaiore. La mamma rimasta a Vecoli assieme al fratellino Michele-Fausto di 12 anni era anch’ella vittima della violenza dei nazisti  che sparavano con una mitragliatrice contro le abitazioni dei civili. Il giovane veniva colpito a morte dai proiettili sparati contro la sua casa e lamamma veniva ferita gravemente alle gambe. Riuscirà a suturare da sola le gravi ferite riportate dalle raffiche dei nazisti, ma non riuscirà più a recuperare la salute a causa della morte del figlio. Dalla prigione di Camaiore, invece, i tre maschi Lippi Francesconi venivano trasferiti alla prigione del Forte Malaspina di Massa e per qualche giorno, assieme ad un gruppetto di reclusi, dovettero lavorare in opere di manovalanza per conto dei militari tedeschi; poi, la mattina del 10 settembre gli aguzzini dicevano al padre di rimanere a loro disposizione avendo bisogno di medici in Ospedale, mentre i due fratelli erano mandati nella caserma Dogali di Carrara e dopo ancora a Fossoli di Carpi, vicino a Modena. Da lì, i due giovani riuscivano ad evadere e tornare a casa per riabbracciarela madre malata e psicologicamente instabile, da cui apprendevano la morte del fratellino. Del padre però non si avevano più  notizie. Finito il conflitto Pierluigi, non dandosi pace, lo ricercavanei campi di concentramento italiani e tedeschi, ma inutilmente. Continuati gli studi, nel 1952 si laureava  in Medicina e Chirurgia all’università di Bologna e lo stesso anno faceva l’assistente volontario all’Ospedale Psichiatrico provinciale di Pistoia. Sulla scia paterna, nel 1953 si iscrisse agli studi della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Bologna dove conseguì la specializzazione. Divenne un affermato libero professionista ed un uomo stimato nella società  per le sue idee liberali,  laiche e poi anche per i suoi interessi esoterici. Fu responsabile del reparto Neurologico della Clinica di S. Zita, membro della commissione di vigilanza manicomi e istituti psichiatrici, cumulando anche altri incarichi in Toscana.

Nel 1961, quando erano trascorsi 17 anni dalla tragedia della guerra, accadeva che un rappresentante di medicinali gli portasse nel suo ambulatorio i saluti di quella signora che, mentre i tedeschi caricavano sul camion i fratelli per portarli a Carrara, aveva donato loro dei generi alimentari e li  aveva confortati dicendoli che il loro padre era stato portato in un posto sicuro.Ritrovata e riabbracciata questa signora, Pier Luigi seppe da lei la verità: quel giorno aveva taciuto,per non angosciarli, ciò che sapeva: il 10 settembre 1944 lei aveva visto un ufficiale tedesco sparare un colpo di rivoltella alla nuca di Guglielmo Lippi Francesconi, uccidendolo. Da questo colloquio Pierluigi trasse gli elementi per ritrovare il cadavere del padre, che risultò sepolto sotto altro nomein un piccolo cimitero nei pressi di Forno (Massa Carrara). Lo riconobbe dalla protesi dentaria e dall’anello di acciaio inossidabile gemello di quello della madre e fece trasferire i suoi resti nel cimitero di Vecoli, dove ancora riposano con la sua sposa e con il piccolo Michele Fausto, accanto al campanile.

In quel luogo ora riposa anche Pierluigi, che nel 2001 era passato – come dissero molti suoi fraterni amici – all’Oriente Eterno.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti