L’Iran alza il tiro: “Colpiremo le centrali elettriche di Israele”
Ariel Piccini Warschauer.
La guerra tra Israele e l’Iran ha appena varcato una nuova, pericolosissima soglia psicologica e strategica. Dopo decenni passati a descrivere la propria postura militare come puramente “difensiva”, i Pasdaran hanno gettato la maschera. Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post e da fonti d’intelligence regionale, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha ufficialmente deciso di passare a una fase di «aggressione attiva», mettendo nel mirino le infrastrutture civili vitali dello Stato Ebraico e dei suoi alleati.
L’ultimo avvertimento arrivato da Teheran non lascia spazio a interpretazioni: l’Iran è pronto a colpire le centrali elettriche israeliane. Non si tratta più solo di colpire basi militari o centri di comando, ma di paralizzare la vita quotidiana di milioni di civili. La minaccia è arrivata attraverso i canali ufficiali del comando Khatam al-Anbiya, il braccio operativo che coordina le forze armate iraniane, il quale ha dichiarato che ogni attacco contro la rete energetica iraniana riceverà una risposta «distruttiva e irreversibile».
Ma la vendetta dell’IRGC non si fermerebbe ai confini di Israele. Teheran ha esteso il raggio delle possibili ritorsioni a tutti i Paesi della regione che ospitano basi americane o che sono considerati “complici” dell’offensiva israeliana. Nel mirino finiscono così gli impianti di desalinizzazione, le infrastrutture IT e i terminali petroliferi dei Paesi del Golfo, trasformando l’intero Medio Oriente in un potenziale campo di macerie energetiche.
Quello a cui stiamo assistendo è un mutamento dottrinale profondo. Per anni, la strategia di Teheran si è basata sulla cosiddetta “difesa regionale”: agire tramite proxy (Hezbollah, Houthi, milizie irachene) per tenere il conflitto lontano dai propri confini. Tuttavia, l’escalation delle ultime settimane e i colpi subiti dai vertici del regime hanno spinto i Pasdaran a una fuga in avanti.
Secondo gli analisti del quotidiano israeliano, questo spostamento verso l’aggressione diretta è un segno di disperazione ma anche di estrema pericolosità. L’Iran vede il suo “anello di fuoco” indebolito e cerca di ristabilire la deterrenza minacciando il collasso economico e civile dei suoi avversari. Il contesto è quello di una regione sull’orlo del baratro. Mentre i jet israeliani continuano a martellare i siti strategici dell’IRGC, Teheran risponde con una retorica che evoca scenari da “Day After”. La minaccia di chiudere definitivamente lo Stretto di Hormuz — l’arteria vitale del petrolio mondiale — rimane l’ultima carta di un regime che sembra aver deciso di scommettere il tutto per tutto.
L’appello dei Pasdaran è chiaro: «Chiunque collabori con il regime sionista sarà considerato un bersaglio legittimo». In questo clima di tensione senza precedenti, la domanda non è più se l’Iran colpirà, ma quando e con quale intensità deciderà di tentare l’affondo contro il cuore produttivo di Israele





