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L’avventurismo di questo conflitto di cui non si vede una possibile fine

“La chiusura dello Stretto di Hormuz (qualche nave di Paesi alleati con l’Iran passa lo stesso)”, scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera, “insegna che l’imponderabile domina anche il più tecnologico dei conflitti. E che i danni collaterali, tra cui sono amministrativamente annoverate le vite umane, non sono mai quantificabili in anticipo. Anche se vi è la presunzione di poterlo fare. Ed è questo forse il peccato più grave. La consapevolezza di disporre delle armi più sofisticate alimenta la superbia di chi afferma (il segretario alla ex Difesa, Pete Hegseth) di essere «in guerra per conto di Dio». Ciò avvicina, pericolosamente, una grande democrazia al fanatismo religioso del regime liberticida e sanguinario che vorremmo veder cadere. Ma non a ogni costo. Colpisce nell’avventurismo di questo conflitto, del quale non si intravvede una possibile fine, che sia stata dimenticata, o colpevolmente sottovalutata, la più immediata delle conseguenze. Non ci volevano fini analisti (anche se qualcuno in America ha pagato per la propria indipendenza di giudizio) né fantascientifici sistemi di Intelligenza artificiale per prevederlo. Bastava guardare la cartina geografica. Lo Stretto di Hormuz non venne chiuso nemmeno nelle crisi petrolifere degli anni Settanta, periodo nel quale assistemmo al quadruplicarsi del prezzo del greggio. Ora rappresenta una formidabile arma in più in mano al regime, più volte decapitato nei suoi vertici (ma farlo sistematicamente non ci avvicina alla barbarie?). Non l’avevano quell’arma, gli è stata generosamente regalata se è vero che tra gli obiettivi dell’attacco militare la liberazione del flusso delle navi commerciali non è mai stata tra le priorità. Anzi, si è sostenuto che non fosse un problema americano e che se la dovessero cavare i Paesi, tra cui l’Italia, commercialmente più esposti. Anche in questo caso, dimenticando o sottovalutando, che il prezzo del petrolio, del gasolio sale per tutti, compreso chi vanta una lucrosa indipendenza energetica”.

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